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Ciò che città non è. Il countryside secondo Rem Koolhaas

A New York, i nuovi modi in cui la campagna è abitata oggi. Didascalie narrative per il nuovo ordine planetario che verrà

31 Maggio 2020 alle 06:00

Ciò che città non è. Il countryside secondo Rem Koolhaas

Veduta di Countryside, Laurian Ghinitoiu courtesy AMO-Caption

Quarant’anni or sono Rem Koolhaas presentava al Guggenheim Museum il suo primo, seminale libro Delirious New York. Un manifesto retroattivo per Manhattan (1978). Per tutto il resto della sua carriera, nonostante molti salti intellettuali successivi, si è occupato di città congestionate come la Grande Mela, in Europa (Parigi, Lille), Africa (Lagos) e Asia (Singapore), sempre fedele al nome dello studio Office for Metropolitan Architecture.

 

Una decina d’anni fa invece, una passeggiata in Engadina gli accende una scintilla verso il trascurato mondo della campagna: è un escamotage narrativo, certo, una storiella didascalica come la mela di Newton perché Koolhaas e il suo sempre più nutrito gruppo di ricerca AMO (Architecture Media Organization) sono ormai una potenza planetaria. Un budget faraonico, main sponsor italiano (Lavazza), centinaia di collaboratori, alcune grandi università coinvolte nelle ricerche (Harvard e Central Academy of Fine Arts di Pechino, fra le altre) e molto altro ancora. Il ritorno sulla scena del delitto dunque è giustificato da un repentino salto in avanti perché esce la città ed entra la campagna, o meglio tutto ciò che non è città vale a dire il 98 per cento della superficie terrestre, un tema praticamente impossibile da svolgere. Non si tratta dunque di una mostra di architettura, ma di antropologia, sociologia, politica, ospitata però da uno dei più importanti musei d’arte del mondo.

 

Già questa condizione contestuale spariglia molto le carte e pone interrogativi, al di là delle stroncature, anche molto acide, apparse proprio per questa commistione. Soprattutto gli viene rimproverata l’arroganza dichiarata di voler riportare in agenda la campagna eletta a destino, “the future”, dando così finalmente un senso a ciò che secondo lui “è stato trattato come il BOH (back of house) delle città”. È chiaro che l’olandese ha bisogno ciclicamente di tirare una linea e andare a capo, vedi le svolte precedenti verso lo shopping, la preservation, parla dunque sempre a livello soggettivo, ma certo ha l’autorevolezza e l’autorità per imporre un tema globale più di qualsiasi altro accademico.

 

Lo spazio del Guggenheim è narrativo e cosi è la mostra. Salendo la rampa elicoidale, le nicchie della struttura del museo ospitano una collezione di 15 episodi molto specifici ma che secondo i curatori toccano temi rilevanti: cambiamento climatico, rapporto uomo-animale, ecosistemi, modificazioni terrestri a grande scala, l’impatto del digitale sulla realtà fisica, ecc. con il riscaldamento globale sempre sullo sfondo. Ogni tanto compaiono delle affermazioni perentorie: “appena ci lasciamo alle spalle la condizione urbana veniamo a contatto con il nuovo e il non familiare. Abbiamo collezionato evidenze di un nuovo modo di pensare in Cina, in Kenya, in Germania, in Francia, in Italia e negli Stati Uniti: nuovi modi di pianificare, nuove esplorazioni, nuovi modi di coinvolgere i media, nuovi modi per proprietà, affitto, nuova accoglienza, nuovi modi in cui il countryside è abitato oggi”.

 

L’impressione generale però è che l’enorme sforzo di ricerca si sia tradotto in una mostra piuttosto povera per i suoi materiali esposti, bidimensionale come un libro spaginato e spalmato lungo la spirale di F. L. Wright. Le sagome dei dittatori del ’900 ad esempio sviano dalle tematiche più incisive che riguardano invece “Africa Avant Garde” “Chinese Village” e a sorpresa la Riace di Mimmo Lucano: esperimenti anti metropolitani a grande scala. I video, specie quelli curati da Stephan Petermann, restituiscono maggiore profondità al tema dell’agricoltura cinese e dello stile di vita dei suoi operatori. L’impressione generale però è che i cambiamenti più apprezzabili che consistono nel “precision farming” siano oggi meglio leggibili in Cina e in Olanda, contesti distanti ma accomunati dalla propensione verso la tabula rasa, che altrove è un tabù. In questo senso la città, o meglio l’urbanistica, è stata estesa da Koolhaas su tutta la superficie terrestre, mari compresi – che infatti sono e sempre più saranno luoghi di allevamento e coltivazione.

  

Countryside, The Future, Guggenheim Museum, New York, dal 20 febbraio al 14 agosto, temporaneamente chiusa.

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