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Via dal cubo bianco. la sfida è riportare gli artisti “a casa”

Massimo De Carlo, gallerista, e il rapporto alchemico con gli autori e il loro giusto spazio

26 Maggio 2020 alle 14:34

Via dal cubo bianco. la sfida è riportare gli artisti “a casa”

Galleria Massimo De Carlo in Viale Lombardia, Milano. Foto di Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti, courtesy Massimo De Carlo

Data la situazione l’incontro è necessariamente telefonico, malgrado ciò lo spirito è consapevolmente leggero (bisogna attendere dei giorni migliori per poter essere pessimisti), l’incipit invece è sublime: “Visti i tempi forse questa intervista è la negazione di quello che dico”. Forti di tali premesse, rifugiati nelle proprie case e dalle proprie risorse di spirito, siamo liberi di raccontarci chi è Massimo De Carlo. O almeno di provarci. Gli studi di farmacia, la passione per la musica tramutata poi nell’arte, emergere dal rosso come unica forma imprenditoriale fino ai 4 spazi espositivi tra Milano, Londra e Hong Kong con 18 mostre e la partecipazione a 14 fiere internazionali nel 2019.

 

L’attuale crisi del Covid-19 offre incertezze, qualche angoscia, ma conferisce finalmente un po’ di tempo per fermarsi, guardarsi intorno, capire come si è arrivati fin qui e dove si vuole andare. “È l’esterno che ti dà il ritorno del tempo, non è un tempo interiore. Se fossi uno scrittore o un artista avrei il mio tempo ma essendo così coinvolto in un’attività che assorbe dall’esterno e si riflette all’interno, è difficile ora saper cosa fare del tempo. È il tempo dell’agenda. Una volta che non ce l’hai ha un valore relativo. Giusto Stocchi che ti chiama alle 6 di sera”. Molto tempo e attenzione sono stati invece impiegati a sviluppare un rapporto alchemico con i propri artisti, un misto tra amicizia, complicità e ammirazione antropologica per la categoria. Ecco una prima, sostanziale differenza tra il gallerista e il mercante. Quando poi ci sia lascia con un artista rimane tanta tristezza.

 

“Qualcosa che ti lega a un artista ha sempre qualcosa di alchemico, come l’amore, l’affetto che ti lega ai genitori e evidentemente anche ai compagni di viaggio che sono per quanto mi riguarda appunto gli artisti, dove la chimica è sostituita dall’umore, dall’ispirazione, dalla creatività. Credo però più negli artisti disciplinati che in quelli alchemici. Costanza, disciplina, poca voglia di misurarsi con un esterno o con sperimentazioni letterarie, critiche o artistiche particolari”. Sicuramente un aspetto diverso rispetto all’archetipo di galleria anglosassone dove non si può indulgere alla sovrapposizione lavoro/vita. “Negli Stati Uniti non c’è amicizia di lavoro che possa scalfire il detto anglosassone business is business e forse l’altra faccia di questa nostra voglia di stare vicino agli artisti potrebbe mostrare da un lato poca affinità rispetto al mondo anglosassone, ma forse una cerca immaturità su cosa debba essere l’idea di business. Una brillante immaturità nel rapporto che coltivo con la maggior parte dei miei artisti. E ovviamente sono contento così”. Un valore aggiunto, sopracuto in un periodo storico che si offre all’accettazione di modelli diversi. Il business lo puoi sempre imparare è il resto che non lo puoi creare (e mi risuona in testa la frase di David Hockney “Alla scuola d’arte, puoi insegnare il mestiere dell’arte, la sua manualità, è la poesia che non puoi insegnare. Ora cercano di insegnare la poesia e non l’arte”).

 

“E’ una differenza che ho esercitato da piccolo con musicisti che provenivano dalla cultura afro-americana. Era un mondo dove di business ce ne era veramente poco quindi la vicinanza intellettuale, il supporto amicale, la voglia di comunicare non solamente sul piano della strategia ma anche su quello dell’arte dura e pura senza che venga messa al servizio di una qualche economia, è stato il mio inizio. Un giovane appassionato che organizzava concerti per musicisti. Mi eccitava soltanto già portarli al ristorante, era un momento magico. Eccitazione incredibile per me, andarli a prendere per suonare. Ogni mostra è come un concerto, e rimane ancora ora il momento magico della mostra che è pronta, che deve ancora esibirsi al pubblico e io che giro nelle sale con l’artista per gli ultimi cambiamenti, per confrontare ciò che vedo con le mie aspettative. Devo dire che questo momento a distanza di 35 anni dal mio inizio è fra le pochissime cosa che sono ancora rimaste. Nel frattempo il mondo dell’arte si è mosso per conto suo. Il rapporto va ricollocato in un ambiente diverso”.

 

Infatti questo aspetto relazionale alla base dell’alchimia dell’impresa MDC, ha preso forma negli ultimi anni con un cambiamento di modello. La consapevolezza che è lo spazio che debba cambiare si è fatta sempre più urgente e con esso cambiare i paradigmi offerti agli artisti. L’allontanamento dal white cube sancisce la fine di un rapporto contemplativo di carattere assolutistico con l’opera d’arte e la cesura con connotazioni moderniste che continuano comunque a insinuarsi in tutto ciò che si continua a fare. Gli ultimi due spazi di Milano (Piazza Belgioioso e Viale Lombardia) sono segni chiari di un’evoluzione di direzione. “Sono gesti voluti. Il cubo bianco era un luogo in cui si celebrava l’orgoglio di una diversità rispetto a una società che non accettava le avanguardie dell’epoca e che aveva bisogno di ambienti piccolo borghesi o ambienti che facessero riferimento alla storia. Ci si rifugiava quindi in un bunker luminoso. Lì si celebravano le avanguardie che erano scollegate all’ambiente borghese. Dato che oggi il sistema è borghese anche se una borghesia diversa… questi sistemi-luoghi sono diventati obsoleti. Ho percepito un’insofferenza da parte di molti artisti nei confronti di una globalizzazione estetica che proponeva di lavorare su un formato espositivo standard e uguale in qualunque parte del mondo. Parafrasando Ronald Reagan (“il debito pubblico americano è così grande da poter badare a se stesso”), dico che l’arte contemporanea è diventata così adulta da potersi confrontare con la storia, quindi ecco il motivo di questi luoghi. L’arte in questi ultimi anni si è occupata soprattutto di riuscire a mantenere una sorta di porto franco estetico in cui si riservava di poter fare tutto. Che l’arte non sia più nella casella nel nostro immaginario legata all’idea di rivoluzione come negli anni ’60 è un dato assodato che ci piaccia o no.”

 

“Noi parliamo oggi quando siamo a casa e quando abbiamo davanti una sorta di panorama economico e finanziario che non potrà che essere diverso nei prossimi 3-4 anni. È interessante secondo me adesso che c’è la possibilità che si cambi di nuovo ma non perché il sistema dell’arte sia diventato troppo grande e che imponga delle scelte, ma adesso da quasi 40 anni a questa parte, la palla ripassa agli artisti perché forse ciò che succede nel mondo porterà agli artisti a pensare qualcosa di diverso di quello che è stato negli ultimi 40 anni a questa parte, la palla ripassa agli artisti perché forse ciò che succede nel mondo porterà agli artisti a pensare qualcosa di diverso di quello che è stato negli ultimi quarant’anni.” La storia dell’arte ci insegna che i momenti di crisi sono stati i più fecondi creativamente. Ci troviamo a parlare di qualcosa che sta già cambiando e lo facciamo con ottimismo.

Francesco Stocchi

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