Strata, la mente e una finzione geofotografica

Riccardo Venturi

A Robert Smithson chiesero un contributo per una rivista sperimentale d’arte sulla scienza. Lui li prese sul serio e ci si perse

Questo articolo è stato pubblicato nel primo numero del Foglio Arte, il mensile del Foglio dedicato all'arte, in edicola ogni ultimo venerdì del mese. Il prossimo numero sarà pubblicato venerdì 28 febbraio 2020.


 

Nel 1970 Dan Graham invita il suo collega e amico Robert Smithson (1938-’73) a contribuire ad “Aspen”, una rivista sperimentale che deve il nome all’omonima cittadina in Colorado. Come Graham preciserà nell’editoriale, “gli artisti hanno concepito e (in parte) progettato i loro contributi come pezzi e parte di uno schema più ampio”, tale da “ridefinire il ruolo della rivista nell’arte e in quanto arte”. Smithson non è nuovo a simili collaborazioni, se pensiamo a “0 to 9”, “Avalanche”, “Interfunktionen”, “General Idea”. È l’epoca d’oro delle riviste d’arte promosse e concepite dagli artisti, come ben ricostruito da Gwen Allen in Artist’s Magazines. An Alternative Space for Art (MIT 2011). Basti ricordare che per il numero di “Aspen” del 1967 consacrato a Stéphane Mallarmé, Brian O’Doherty commissiona a Roland Barthes uno dei suoi saggi più influenti, La morte dell’autore.

 

Graham consacra il numero 8 di “Aspen”, che uscirà nell’inverno 1970-’71 (ne saranno pubblicati in tutto dieci) a “Art/Information/Science”. Un numero Fluxus disegnato da George Maciunas, un cofanetto contenente i contributi più disparati, a partire dal quadro astratto di Jo Baer in copertina: i diagrammi coreografici di Yvonne Rainer; il poster di Thirty-four Parking Lots (1967) di Ed Ruscha; le fotografie di Robert Morris, Richard Serra, Dennis Oppenheim; gli interventi musicali di Philip Glass, Jackson Mac Low, La Monte Young, Steve Reich, David Antin, fino a quello linguistico di Art & Language.

 

Smithson non smentisce tale eterogeneità; anziché sottoporre un testo di cibernetica o teoria dei sistemi, infatti, invia a Graham una “finzione geo-fotografica” come recita il sottotitolo: Strata. A Geophotographic Fiction. Non solo: il tema è la stratigrafia geologica, rappresentata dalla stessa configurazione del testo, un pieghevole che alterna brani sulle ere geologiche – disposti in ordine cronologico inverso, dal Cretaceo al Precambriano – a un inserto fotografico. A Dan Graham non poteva sfuggire l’uso concettuale della fotografia, che non si limita a illustrare il testo ma è una vera e propria controparte visiva. Strata è, in altri termini, un iconotesto, non diversamente da Homes for America di Graham, pubblicato su una rivista più mainstream (“Arts Magazine”, dicembre 1966-gennaio 1967).

 

Riguardo alla grafica e alla sintassi, Strata è scritto in maiuscolo, alcuni passi sono in neretto, la punteggiatura è ridotta al minimo (solo punti e niente virgole). Lo stile paratattico dà l’impressione che, al pari delle fotografie, si tratti di fossili di un’altra era geologica. Frasi spezzate, reperti archeologici, frammenti di un insieme andato ormai perduto. Riguardo al contenuto, Smithson esacerba quel suo stile allusivo che caratterizza molti suoi scritti in cui coesistono ricordi personali e intuizioni teoriche. Lo fa con un pastiche di citazioni, che rispecchiano la sua curiosità in piena maturità intellettuale e che spazia dal Mundus Subterraneus (1678) di Athanasius Kircher al sentimento oceanico di Freud, dal De Mineralibus di Alberto Magno a H.G. Wells.
In sintesi, Strata è un compendio della passione geologica che anima molti scritti e opere di Smithson e che, anziché tradursi in una formulazione compiuta come in altri articoli (A Sedimentation of the Mind, 1968), si presenta allo stato larvale come un archivio in disordine.

 

Di fatto, Strata eccede qualsiasi norma per essere recepito come opera, persino tra gli studiosi di Smithson. Così chi sfoglierà i numerosi cataloghi e monografie consacratigli, troverà poche occorrenze di Strata (con l’eccezione di Gary Shapiro). A Heap of Language (1966), un disegno a matita su carta quadrettata che rappresenta una piramide di parole, progetto per un’architettura utopica, è considerato – ed esposto – in quanto opera. Diverso il destino di Strata, relegato nella raccolta degli scritti approntata da Jack Flam come nient’altro che un testo illustrato.

 

Per Smithson tuttavia la scrittura era una forma d’arte che si estrinsecava nel montaggio di testi e immagini, in uno stile poetico, ellittico, avvolgente. Non sorprende che l’artista ritrovi lo stesso principio compositivo di Strata nel modo in cui si formano i cristalli, negli strati della Terra, considerato come un museo alla rinfusa, e persino nelle sue stesse sculture (Glass Strata). Come recita un passo dell’autobiografia di Charles Darwin riportato da Smithson, “niente sembra più inanimato del caos delle rocce”.

Di più su questi argomenti: