il foglio ai
Quando la tecnologia si mette a servizio della democrazia
La sfida ai regimi autoritari non passa più solo dai carri armati o dalle sanzioni, ma da reti, satelliti, algoritmi
Negli ultimi quindici anni la tecnologia è diventata uno dei terreni decisivi del confronto tra democrazie e regimi autoritari. Non perché abbia sostituito la politica, ma perché ne ha cambiato le condizioni materiali. Governi come quello di Nicolás Maduro, della Repubblica islamica iraniana o della Russia di Vladimir Putin hanno compreso prima di molti altri che il controllo del potere passa dal controllo delle comunicazioni, dei dati, delle infrastrutture digitali e delle percezioni. Ma proprio su questo terreno, apparentemente dominato dagli apparati repressivi, si è aperto uno spazio nuovo per l’azione democratica.
Nel caso venezuelano, la tecnologia è stata centrale tanto nella sopravvivenza del regime quanto nella sua vulnerabilità. Maduro ha usato sistemi di sorveglianza digitale, controllo delle reti, manipolazione dei sistemi elettorali elettronici e cooperazione tecnologica con Cuba, Russia e Iran per blindare il potere. Ma lo stesso ecosistema ipercontrollato ha mostrato un punto debole: la dipendenza totale da infrastrutture comunicative e militari che possono essere disturbate, isolate o neutralizzate. Le operazioni che hanno portato all’arresto del dittatore si sono basate su una superiorità tecnologica schiacciante, fatta di guerra elettronica, accecamento dei radar, disturbo delle comunicazioni, controllo dello spazio informativo. Nessuna occupazione militare classica, nessuna invasione: la tecnologia ha permesso di colpire il vertice del potere riducendo al minimo l’uso visibile della forza.
In Iran la tecnologia gioca una partita ancora più ambigua. Il regime degli ayatollah è uno dei più sofisticati al mondo nel controllo digitale della popolazione. Internet viene filtrato, rallentato o spento; le piattaforme sono sorvegliate; il riconoscimento facciale è usato per identificare manifestanti e dissidenti; i big data alimentano una repressione preventiva. Eppure, proprio lì, la tecnologia è diventata una leva di emancipazione. Durante le rivolte del 2022 e degli anni successivi, strumenti di comunicazione cifrata, reti private virtuali, sistemi di accesso alternativo alla rete e piattaforme decentralizzate hanno consentito a milioni di iraniani di continuare a parlare, organizzarsi, mostrare al mondo ciò che accadeva. Ogni video che usciva dall’Iran non era solo informazione: era una rottura del monopolio della verità imposto dallo stato.
Anche l’uso dei satelliti ha assunto un valore politico nuovo. Le immagini satellitari commerciali, l’accesso diffuso ai dati geospaziali, la possibilità di documentare movimenti militari, repressioni, distruzioni, hanno sottratto ai regimi il controllo esclusivo dei fatti. La trasparenza tecnologica ha ridotto lo spazio della menzogna plausibile. In Iran come in Venezuela, ma soprattutto in Russia, la guerra non è più solo sul campo: è una guerra su chi riesce a raccontare la realtà prima che venga riscritta.
La Russia di Putin rappresenta il caso più avanzato di uso autoritario della tecnologia. Il Cremlino ha costruito un ecosistema digitale in cui propaganda, disinformazione, cyberattacchi e controllo interno convivono. Ma l’invasione dell’Ucraina ha mostrato l’altro lato della medaglia: la tecnologia occidentale, civile e militare, ha fornito a Kyiv e ai suoi alleati una capacità di resistenza senza precedenti. Droni, satelliti, sistemi di comunicazione resilienti, analisi algoritmica delle informazioni di intelligence, piattaforme di coordinamento digitale hanno permesso a uno stato aggredito di compensare una sproporzione di forze tradizionali. Qui emerge un punto chiave: la tecnologia non sostituisce la democrazia, ma ne rafforza la capacità di difendersi. Non è l’algoritmo che rende giusto un intervento, ma l’uso dell’algoritmo può ridurre il costo umano dell’azione politica, limitare la violenza indiscriminata.
C’è poi un altro livello, spesso sottovalutato: la tecnologia come infrastruttura della società civile globale. Piattaforme di denuncia, archivi digitali delle violazioni dei diritti umani, sistemi di raccolta e verifica delle prove, intelligenza artificiale applicata all’analisi delle testimonianze hanno creato una memoria che i regimi faticano a cancellare. Anche quando vincono nel breve periodo, perdono il controllo del racconto storico. La tecnologia conserva, registra, rende confrontabili i fatti. Naturalmente, nulla di tutto questo è privo di rischi. Gli stessi strumenti possono essere usati contro la libertà. La sorveglianza digitale, l’intelligenza artificiale, la guerra elettronica non sono democratiche per natura. Dipendono da chi le controlla e con quali fini. Proprio per questo la questione non è se usare la tecnologia, ma come e per chi. Rinunciare a questi strumenti in nome di un pacifismo astratto significa lasciarli interamente nelle mani dei regimi autoritari. La tecnologia a servizio della democrazia non è una scorciatoia morale, ma una presa d’atto della realtà. Oggi il potere si esercita attraverso reti, dati, segnali, informazioni. Difendere la libertà significa entrare in questo spazio, non abbandonarlo. Venezuela, Iran e Russia mostrano la stessa lezione da angolazioni diverse: il controllo tecnologico può sostenere l’oppressione, ma la superiorità tecnologica, se guidata da una bussola politica e morale, può diventare uno strumento di liberazione. Il punto, allora, non è temere la tecnologia, ma smettere di considerarla neutrale. E’ già parte del conflitto. La domanda è da che parte sta.
Testo realizzato con AI