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Meloni e le prime sagge crepe dell'amicizia con Trump
Difendendo il ruolo dell’Italia in Afghanistan e respingendo le semplificazioni di Trump, la premier inaugura una stagione di distinguo: l’alleanza atlantica resta, il rispetto diventa la linea rossa. Dichiarazioni sul Nobel per la pace? La prossima volta, anche no
C’è un momento in cui la politica estera smette di essere tifo e diventa responsabilità. La dichiarazione di Giorgia Meloni sulle parole di Donald Trump sull’Afghanistan va letta così: non come uno scatto polemico, ma come l’ennesimo distinguo di una fase nuova. Una fase in cui l’Italia resta saldamente ancorata all’alleanza atlantica ma non rinuncia più a dire, quando serve, che l’amicizia non coincide con l’acquiescenza.
Meloni parla di “stupore” per l’idea che gli alleati Nato sarebbero “rimasti indietro”. E ricorda un fatto che non è materia di interpretazione: “Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, la Nato ha attivato l’Articolo 5 per la prima e unica volta nella sua storia”. Dentro quell’atto di solidarietà c’era l’Italia, che “dispiegò migliaia di militari” e si assunse “la piena responsabilità del Regional Command West”. Non per dovere retorico, ma pagando un prezzo altissimo: “53 soldati caduti e oltre 700 feriti”. Da qui la conclusione netta: “non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato”.
Queste parole non arrivano isolate. Si inseriscono in una sequenza di distinguo che negli ultimi mesi hanno segnato il rapporto tra Roma e Washington: dalle perplessità sui dazi e sul protezionismo, alla distanza sulle uscite più muscolari di Trump in politica estera, fino alla consapevolezza che l’Europa non può essere trattata come una comparsa utile solo quando serve. Non rotture, ma segnali. Non strappi, ma confini.
È significativo che Meloni tenga insieme due frasi solo in apparenza contraddittorie: “Italia e Stati Uniti sono legati da una solida amicizia”, ma “l’amicizia necessita di rispetto”. È qui il punto politico. L’alleanza resta, la sudditanza no. Ed è anche il senso del tweet di Claudio Cerasa, quando osserva che prendere le distanze da Trump non è tradire l’Occidente, ma difenderlo da una caricatura di sé stesso.
C’è infine una lezione implicita che vale per il futuro: le semplificazioni epiche, i racconti autocelebrativi, le mitologie pacificatrici funzionano nei comizi, meno nella storia. La prossima volta che qualcuno proporrà il Nobel per la pace come strumento di politica estera, forse è il caso di rispondere con educazione. Ma anche con chiarezza: anche no.