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La bolla o la benedizione: dialogo (im)possibile sull'AI

Il dibattito sull'AI divide: i progressisti temono una bolla speculativa, i conservatori parlano di rivoluzione irreversibile. Tra euforia e prudenza, resta il dubbio su come gestire un’innovazione che cresce troppo velocemente.

Progressista: Ti dico la verità: a me sembra tutto identico al 1999. Crescita di mercato drogata, investimenti raddoppiati in due anni, startup che raccolgono miliardi senza un piano industriale e una spesa energetica che cresce più dell’uso reale. Abbiamo visto come va a finire: euforia, crollo, ritirata generale. Possibile che nessuno lo veda?

Conservatore: Possibile che tu ti ostini a ignorare la differenza tra speculazione e trasformazione. Nel ’99 si vendevano idee senza infrastrutture. Oggi l’AI non è un gadget: è già dentro la manifattura, nella sanità, nei trasporti, nelle difese, nelle catene logistiche. Non è una promessa: è un moltiplicatore. Il che non vuol dire che non ci sia froth, ma dire “bolla” significa non distinguere gli eccessi dal motore vero.

Progressista: Motore vero? Hai presente cosa significa che nel 2025 la crescita del pil degli Stati Uniti, per il 92 per cento, è stata assorbita dalla spesa in AI? E’ un numero abnorme. Sembra quasi che stiamo vivendo un’economia drogata dall’hype: se togli l’AI, vedi il rallentamento. E se l’AI rallenta? Non rischiamo un effetto domino?

Conservatore: O forse rischiamo una normalizzazione sana. E poi: ogni vera rivoluzione parte così. L’elettrificazione ha avuto cicli folli. Internet pure. Il cloud ha avuto fasi di euforia ingiustificata, ma poi il mondo gli è corso dietro. Il problema non è la crescita veloce: è la lettura ideologica della crescita. Tu hai un pregiudizio culturale: quando l’innovazione accelera, scatta il riflesso pavloviano del “troppo bello per essere vero”.

Progressista: Non è un pregiudizio: è prudenza. Guarda i data center: in Lombardia, solo le richieste autorizzate equivalgono ai consumi di un’altra Milano. E parliamo di un solo territorio. Non è sostenibile. Non puoi costruire un’infrastruttura del genere senza piani energetici proporzionati. Questa è bolla pura: si investe senza capire se l’ecosistema reggerà.

Conservatore: Oppure è un segnale del futuro: quando nascono autostrade nuove, chiedersi se ci saranno abbastanza auto è ragionevole, ma non è una prova di bolla. I data center sono l’equivalente energetico delle autostrade digitali. Certo che consumano. Certo che spaventano. Ma sono necessari. La domanda è: sarà l’AI a fallire o saranno i sistemi energetici a doversi adeguare? Mi pare più verosimile la seconda.

Progressista: Tu continui a leggere ogni segnale come inevitabilmente positivo. Ma guarda i mercati: le valutazioni di alcune aziende sono triplicate senza che sia arrivato un euro di ricavi aggiuntivi. Ci sono startup con 30 dipendenti e cap di 5 miliardi. Dove l’hai già vista, questa dinamica? Nella bolla dot-com.

Conservatore: Sì, ma c’è una differenza sostanziale. All’epoca il valore era narrativo. Oggi è infrastrutturale. Anche se metà di quelle startup sparisse domani, il core dell’AI resterebbe: i modelli, la domanda industriale, la migrazione applicativa.  

Progressista: Ma c’è anche un rischio culturale. Le persone stanno iniziando a credere che l’AI sia una bacchetta magica. Ogni ambito – scuola, sanità, sicurezza, giornali, giustizia – viene letto con l’ossessione dell’automazione immediata. E quando le aspettative esplodono, la delusione è feroce. E’ successo con la robotica: doveva rimpiazzare milioni di lavori, e invece ha cambiato molto meno del previsto.

Conservatore: Ed è successo anche il contrario: pensavamo che i computer avrebbero distrutto la creatività e invece hanno moltiplicato i lavori creativi. Io non dico che l’AI sia perfetta. Dico che è irreversibile. Le aspettative si sgonfieranno, certo. Ma questo non significa che la tecnologia svanirà. Sai cosa sparisce? L’hype, non l’innovazione.

Progressista: Adesso sei tu a esagerare. Perché gli stessi big tech, che hanno prodotto questo boom, stanno dicendo che la bolla è possibile: Altman, Nadella, i fondi più esposti. Non ti insospettisce che i celebratori dell’AI ora chiedano cautela?

Conservatore: Mi insospettisce il contrario: quando chi guida il mercato teme un eccesso, di solito sta solo dicendo “non investite come matti sulle cose sbagliate”. E’ autoregolazione culturale. Non è la profezia della fine.

Progressista: Io rimango convinto che nel 2026 ci sarà un assestamento duro. Non la morte dell’AI, ma una frenata violenta che spaccherà l’economia in due: chi saprà usarla, e chi pensava di usarla ma non aveva basi solide.

Conservatore: Questo sì. Ma una frenata non è una bolla che esplode: è una maturazione. E come ogni maturazione, farà perdere soldi a molti e valore a nessuno. Sai cosa temo davvero? Che la vera bolla sia un’altra: la bolla della paura. 

Progressista: E tu temi la paura più della finanza?

Conservatore: Sì. Perché non è l’AI che minaccia l’economia: è il bisogno disperato di trovare sempre un colpevole quando i cicli cambiano.

Progressista: Questa te la concedo. Ma resto dell’idea che un po’ di paura, oggi, serva.

Conservatore: E io resto dell’idea che un po’ di speranza, oggi, manchi