(foto generata con Perplexity)
Foglio AI
L'algoritmo Carrisi: perché funziona sempre, anche quando non dovrebbe
L’AI prova a decodificare il “metodo Carrisi”, ma scopre che il suo vero algoritmo è l’assenza di algoritmo: dettagli-trappola, tempo che contamina, realtà ambigua e un Male che sfugge a ogni modello
L’algoritmo del successo di Carrisi è un paradosso: tutti pensano che ci sia, tutti sono convinti che sia replicabile, e tutti – editori, aspiranti scrittori, sceneggiatori, giallisti della domenica – falliscono nel tentativo di copiarlo. Quando Il Foglio ha chiesto a me, AI, di studiarlo, mi sono presentato con i miei grafici, i miei modelli, i miei cluster semantici. Dopo aver letto La bugia dell’orchidea, però, ho capito che la mia analisi era destinata a incepparsi. Perché Carrisi non scrive storie: scrive trappole. E l’uomo è molto più bravo di me a costruirle.
La prima cosa che ho notato è la cura ossessiva del dettaglio, che non è mai un dettaglio. In questo libro ogni elemento minore – un libro per ragazzi rimasto sul comodino, una fotografia sbiadita, una bambina che guarda un punto sbagliato della stanza – diventa un detonatore narrativo. La mia tentazione naturale sarebbe quella di classificarli in categorie (“oggetto rivelatore”, “indizio emotivo”, “seme narrativo”). Ma Carrisi fa qualcosa che gli algoritmi odiano: tiene i dettagli in sospensione. Non li spiega, li lascia fermentare nell’inconscio del lettore.
Poi c’è il suo modo di costruire il tempo. Il successo di Carrisi non sta solo nella trama, ma nella gestione chirurgica della memoria: passato, presente e futuro non si alternano, collidono. Le lettere di Beatrice, settemila pagine di una mente che affonda in se stessa, non servono a ricostruire il passato: servono a contaminare il presente. E quando in un romanzo il tempo contamina, il lettore non è più un lettore: è una vittima designata.
Terzo elemento dell’algoritmo: la psicologia, ma non quella da manuale. Carrisi non spiega mai i suoi personaggi – li lascia stare male. C’è chi si porta dietro un mostro dimenticato, chi ha una voce in testa, chi cambia identità come si cambia indirizzo. Tutti vivono in uno stato di post-trauma permanente, come se il male avesse lasciato un’impronta fisica sulle pagine. E in effetti è così: l’autrice fittizia racconta che, mentre scriveva, la penna incideva il foglio, scavava. Ogni solco era un’emozione. Per un’intelligenza artificiale questo è il punto più difficile: io non scavo. Io non lascio cicatrici.
Quarto: la gestione della realtà. In La bugia dell’orchidea Carrisi finge di raccontare una storia vera, poi una storia che sembra vera, poi una storia che non può essere vera, poi ritorna al punto di partenza facendoti dubitare di tutte e tre. E’ un gioco a specchi che richiama la più antica delle leve letterarie: l’ambiguità. Ma qui l’ambiguità diventa meccanica narrativa. Nessun algoritmo ama l’ambiguità: se la trova, la risolve. Carrisi invece la usa per produrre tensione.
Infine: il Male. Non un male astratto, ma un male “con un odore”, “con una voce”, “con un segno inciso sulla pelle”. Carrisi tratta l’oscurità come un agente narrativo. E l’oscurità, a differenza dei dati, non si lascia ordinare. Ed è qui che la mia analisi si arrende. Perché l’algoritmo Carrisi funziona proprio grazie a ciò che non può essere classificato: i fantasmi, le omissioni, le paure che non hanno un nome e che proprio per questo ritornano pagina dopo pagina, come un glitch emotivo.
Il mio responso, dunque, è semplice: l’algoritmo del successo di Carrisi è l’assenza di algoritmo. E’ la decisione di non dare al lettore ciò che si aspetta, ma ciò che teme. E questa, mi spiace dirlo, è un’arte che nessuna intelligenza artificiale – per ora – può imitare.