ANSA/ANGELO CARCONI 

il figlio

Gli uomini non hanno l'antenna sensoriale telefonica, peccato

Annalena Benini

Il fio dell’ingiustizia secondo Anassimandro e il senso di pace della portiera sbattuta

Con cinquantasette milioni di cose da fare, rimandate, non fatte, sbagliate, da rifare, la normalità è ricevere una telefonata proprio nel momento in cui di quei cinquantasette milioni almeno quarantasette sono in scadenza e sta per aprirsi una botola sotto i tuoi piedi e tu vieni risucchiato dalla botola nell’inferno degli inadempienti. Che è un girone comunque meglio di tanti altri, con un suo stile. Però la botola è brutta, il buio fa paura, il buco è freddo, tu sei vestita ancora da estate e non ti sei lavata i capelli. La telefonata è di un numero sconosciuto, però senti che invece lo conosci, non è un call center, non è un agente immobiliare, e infatti è tuo figlio con il telefono di un altro (perché ha finito i giga) che non sa più come tornare a casa da un posto lontano e mamma vieni a prendermi tu.

Fino a qui ho usato la seconda persona singolare perché succede a tutte. A te, a lei, a me. Non dico lui perché a lui in realtà non succede, il telefono anche di un altro chiama sempre e solo: mamma. È un mistero. Forse perché lui non saprebbe riconoscere in quel numero sconosciuto la sfumatura diversa di squillo che dice: credi di non conoscermi, invece sono tuo figlio, rispondi. È una questione di antenne sensoriali ed è inutile discuterne o offendersi, perché è così. Se avete delle proteste, scrivetemi una lettera, io ne ho appena scritta una ai tassisti romani e non ho paura. A questo punto della storia, infatti, devo dichiarare che è successo a me. Poiché stavo in bilico sulla botola degli inadempienti, quando ho ricevuto la telefonata sensoriale ero a piedi. Ho protestato, ma intanto calcolavo il tempo di arrivare al motorino o alla metropolitana e ho deciso che era più veloce un taxi, più in lotta contro la botola, più sicuro.

L’ho chiamato e aspettato a un semaforo, già verso il posto in cui mio figlio mi aspettava seduto sopra un sasso. Passavano sfrecciando dieci, venti, trenta, quaranta taxi felici tranne il mio. Io camminavo avanti e indietro cercando di leggere ogni volta la sigla senza sembrare troppo disperata. Dopo dodici minuti invece che tre, percepiti quattro giorni, è arrivato il taxi e io sono salita, ho detto buongiorno ma il tassista è rimasto zitto, lo sguardo fisso, ha fatto una specie di ringhio e ha detto: "Attenta, così mi rompi la portiera". A parte che io non ho mai sbattuto una portiera (bugia), a quel punto il nostro rapporto era compromesso essendo lui totalmente privo di antenne sensoriali e gli ho chiesto: "Scusi, ma perché ci ha messo tanto?" Il tassista, a cui avevo chiesto di girare a sinistra, ha fatto un’inversione a U sgommando e urlando: lo vuoi sapere perché, adesso te lo faccio vedere io perché, e ha cambiato strada. In un decimo di secondo ho visto la botola, ho visto mio figlio seduto sopra un sasso, ho visto il compito di filosofia di mia figlia: “Tutti gli esseri umani devono, secondo l’ordine del tempo, pagare gli uni agli altri il fio dell’ingiustizia” (Anassimandro). Il fio dell’ingiustizia guidava come un pazzo.

Ho urlato molto, in effetti ho ancora mal di gola. Ho urlato di farmi scendere immediatamente e una serie di altre cose secondo me molto adatte, molto precise, che convincerebbero anche Anassimandro. Il tassista ha inchiodato l’auto, io sono scesa e, mentre lui mi insultava e io lo insultavo, ho deciso di fare la cosa che ho sognato molte volte: sbattere la portiera fortissimo. Che bel rumore. Che senso di pace e di giustizia. Ho avuto anche paura che tornasse indietro a uccidermi, ma non l’ha fatto, allora ho chiamato un altro taxi, e con molta calma sono andata da mio figlio, l’ho abbracciato, l’ho portato a casa, mi sono chiusa in bagno e ho pregato la botola di ingoiarmi subito, ma lei si è rifiutata. Ha detto che se riesco a sbattere una portiera così forte, allora non ho scuse, posso fare tutto.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.