Il Figlio

Non siamo sorelle. Ora mia figlia si sposa, e io sono la mamma

Fabiana Giacomotti

Studentessa madre, stagista madre, e così via, ma sempre col vestito sbagliato. Questa volta, per il matrimonio l'abito sarà quello giusto 

"Io lo farei color champagne”, dice Antonio, couturier di sfilate parigine e atelier nel cuore di Roma, mentre mi prende le misure. “Ti sta benissimo, e poi ormai usa che vi sia una minima differenza con la sposa”. Mia figlia Federica detta Dede anzi ladede alla milanese, con l’articolo indicativo, celebrerà il suo matrimonio verso Natale. A dire il vero, causa Covid, si è appena sposata sul lago Maggiore, in casa, con una cerimonia civile per la famiglia ristrettissima: tampone all’ingresso, attesa in giardino come nel triage degli ospedali, al via libera avanti verso i brindisi e con doppio evento da festeggiare, uno anche personalissimo. Viva gli sposi e la negatività. Il Covid ha reso i matrimoni faccende un po’ paramediche e un po’ paranoiche, oddìo ma questi sono appena scesi dall’aereo, avranno indossato bene la mascherina, tu li irrori di disinfettante, io li sospingo verso il bagno a lavarsi bene le mani. Comunque è andata, suo padre e io contavamo di cavarcela così e ci immaginavamo una bella bicchierata a pandemia finita, ma insomma Federica anzi ladede non voleva che il coronavirus le rovinasse la festa, per cui si replica a Courmayeur fra tre mesi con musica in chiesa, pranzo alle otto, balli e molti certificati richiesti a un massimo di cinque giorni data.

 

Un mal di testa tremendo a cui si aggiunge la faccenda del vestito. E qui niente champagne perché, checché ne dica Antonio, è arrivato finalmente il nostro momento – della Dede e mio intendo – di mettere le cose in chiaro e non vogliamo farcelo sfuggire. Io sono la madre, lei è la figlia. Non siamo sorelle, e nemmeno c’è qualcuno che ci scambi più per tali, sempre sia mai successo benché ci separino solo ventuno anni e quando abitavamo a Londra e la spingevo nella carrozzina su e giù per la collina di Hampstead tutti mi chiedessero se fossi la nanny, anche perché lei è biondissima e ha gli occhi blu e la mascella teutonica di mia madre, mentre io conservo parecchi dei tratti sefarditi della famiglia di mio padre. Io ero la nanny, un po’ troppo giovane perfino per quel ruolo, e stavo ancora studiando. Il libro di linguistica generale di Eddo Rigotti mostra ancora le tracce della pastina sputata dalla Dede per ripicca perché la imboccavo senza neanche guardarla mentre continuavo a leggere: l’ho trovato qualche mese fa, in uno dei grandi repulisti casalinghi che sono stati il tratto utile del lockdown, e mi sono commossa. Guarda lì quella stellina nella piega. Quanta fatica. Quanti voli aerei con il porte enfant da un lato e la sacca dei libri dall’altro. Che senso di inadeguatezza perenne.

 

Quelli che dicono “tua figlia è già trentenne, sarete cresciute insieme” non sanno quello che dicono. Pensano che sia divertente, una sorta di happening dell’energia vitale, e dimenticano il tema fondamentale dei ruoli. Crescere insieme significa inevitabilmente confonderli, ed è un vero pasticcio, perché ci si ritrova subito a dover fare capo a qualcuno, e nel nostro caso quel qualcuno è il marito dell’una e il padre dell’altra. Non sono stata una ragazza madre come l’amica Valentina Crepax che ha appena mandato alle stampe, postumo ed è stato un gran dolore, il racconto della sua brillante ed eccentrica famiglia che adoravo, Gigi specialmente con i suoi cocktail di fantasia che non bevevo mai e la risata a scoppio del fumatore accanito che ne prefigurava anche la fine, purtroppo. Però sono stata una studentessa madre. E poi, e anche in contemporanea, una giornalista abusiva madre. E una stagista madre, e una praticante madre e via via tutti i gradini della carriera, ma sempre via via nel senso di via di casa, perché in quegli anni i quotidiani chiudevano tardi e quando rientravo ladede dormiva da un pezzo, mentre quando arrivavo trafelata ai saggi di pianoforte e di teatro e sempre con l’occhio all’orologio perché le pagine erano ancora aperte ero sempre vestita sbagliata. Per la colazione di lavoro appena finita. Più spesso, per la cena che avrei raggiunto a tarda sera. “Le mamme non si vestono così”, e se ne andava voltandomi le spalle.

 

Ma io non ero la mamma, ero la sorella maggiore di quella bambina che non mi somigliava; lo sono stata anche quando ci siamo organizzate ogni anno per un paio di lunghi weekend all’estero in tête-à-tête di cui conserviamo ottima memoria, avendo cancellato tutti gli incidenti di percorso, perché chi era quella ragazza che trascinava su e giù per l’Europa una biondina e la copriva di giocattoli e di vestiti ma ogni volta doveva mostrare il passaporto dov’era scritto che sì, era proprio sua figlia e che anche il padre era d’accordo? Adesso che ladede fa la pubblicitaria, con grandi risultati che ha raggiunto da sola, perché l’unica volta in cui il Ceo di un’agenzia mi ha telefonato per chiedermi se per caso quella Federica Giacomotti che aveva assunto fosse mia parente gli ho risposto di sì ma per carità non dirle che ci conosciamo perché sennò si licenzia e avrei sulla coscienza anche questa, abbiamo iniziato a prendere le distanze necessarie. Lei è una grandiosa figlia che oggi si sposa. Dunque, niente vestito color champagne. Antonio, si deve vedere chi sono fin da lontano. La mamma.

 

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