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Poveri e povertà

7 Ottobre 2013 alle 15:00

Ad Assisi il Papa ha riconosciuto l’esistenza di un “mondo dove la gente deve sfuggire dalla schiavitù, dalla fame e fuggire cercando la libertà”. E ha ripetuto più e più volte che la chiesa deve essere povera per i poveri, inneggiando ad essi (piaghe di Cristo). Sento, allora, esigenza, personale, di chiarezza, concettuale. Onde evitare che, usciti dall’universalismo, i soliti moralisti facciano –di quelle parole- speculazioni interessate di vario genere. Mi interrogo, così, su se, o come o quando, la povertà o l’essere poveri sia intrinsecamente un bene e se, come o quando, sia giusto elevare quella condizione a un’etica. Poveri e povertà non credo siano la stessa cosa. Se la povertà frutto di scelta (francescana)ritengo, in ossequio al magistero, sia un bene. L’essere poveri senza –ahimè- meriti è cosa diversa. Se si può tessere l’elogio della prima (madonna povertà, la parabola del giovane ricco), la condizione dei secondi è cosa quantomeno da cercare di superare impetrando il dono della prosperità (v. atto di fede della chiesa cattolica). La tensione etica o spirituale verso i poveri, quindi, se non vuole essere (solo) l’indicazione di una prospettiva valoriale individuale, o semplice amorevole cura e sollecitudine (il Samaritano), non può essere disgiunta da una ragion pratica che tenda a trovare o riconoscere modi e mezzi per annullarne lo stato. E qui la faccenda scende dalle vette del sublime e si fa terra terra, concreta. Anche, perché no, storica. Esige una presa d’atto sul migliore dei mondi possibili esperiti, dove schiavitù e fame abbiano più modo che in altri di essere messi al bando e dove la libertà promossa.

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