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L’invisibile è verità, tutto ciò che si vede è menzogna

20 Maggio 2013 alle 18:30

L’invisibile è verità, tutto ciò che si vede è menzogna, così finisce il riempitivo di sabato scorso. Gli ortodossi, che da qualche tempo mi attraggono, definiscono nello spazio fisico una separazione fra ciò che è umano da ciò che è divino. L’iconostasi appunto separa presbiterio e resto della chiesa. Al di qua l’azione cui tutti possono partecipare (la messa), al di là delle tre porte del “santo dei santi”, accessibile al prete. La realtà nel cristianesimo e nell’ortodossia non è menzogna, ma creazione. Deriva dal principio divino, che è verità, senza essere il principio stesso. Non vi può essere identità fra materia e spirito, poiché saremmo in presenza di panteismo. Né può essere illusione, quindi “menzogna”, in quanto diverrebbe maya, non frutto di creazione. “Del tuo spirito signore è piena la terra”, recita il salmo. Buttafuoco cita lo sceicco Omar, e non ho capito se è reale o immaginario, ma credo che nemmeno nell’Islam la materia sia disprezzata. In una Sura si legge che “ovunque volgi lo sguardo, là è il volto di Dio”. Definire la realtà menzogna, quindi teorizzare l’opposizione fra materia e spirito, a me sembra più vicino alle filosofie gnostiche occidentali, dove l’antagonismo fra spirito e materia è la base di ogni riflessione. Più vicino a Julius Evola o Guenon che all’Islam. Tuttavia nella prassi del cristianesimo latino, anche di presbiteri e vescovi, Cristo è considerato uno di noi, un uomo. L’accentuazione troppo forte (a mio giudizio) sull’umanità di Cristo a scapito della sua natura divina, induce ad una sorta di “deificazione” della materia e dell’umanità. Aspetto che è più equilibrato, ad esempio, nella liturgia e nella fede ortodossa.

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