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L'Europa dei nomoi

11 Febbraio 2013 alle 17:00

A proposito di ricerca scientifica e del Bilancio dell’Unione. L’ultimo numero di Science, rivista tra le più prestigiose al mondo, pubblica un articolo di Fabio Pammolli et al in cui si analizzano milioni di brevetti e di pubblicazioni scientifiche per valutare il grado d'integrazione europea dopo quindici anni di politiche e incentivi che hanno tentato di promuovere la cooperazione scientifica tra Paesi Membri. Ebbene: non vi è alcun avanzamento nell’integrazione, lo spazio di ricerca europeo si qualifica ancora come una collazione di sistemi di ricerca nazionali e le collaborazioni tra ricercatori e inventori localizzati nei Paesi dell'Unione non sono cresciute più rapidamente di quanto non siano cresciute, senza alcun fondo dedicato, le collaborazioni cross country tra Paesi extra europei. Per intendersi, al CERN di Ginevra, infrastruttura di ricerca mondiale, i ricercatori si mettono assieme per uno scopo ben preciso: studiare le particelle sub-atomiche, cosa che non potrebbero fare ciascuno a casa propria. Nel caso europeo, invece, mettersi assieme è lo scopo. Non si fa rete per trovare il bosone di Higgs, si fa rete per fare rete, perché facendola si accede ai finanziamenti dell’Unione. Ovvero, invece del perseguimento di risultati scientifici su grandi sogni di ricerca da affrontare insieme perché troppo grandi per fare da soli, il perseguimento delle sinergie al fine di promuovere le medesime e costruire il cittadino medio europeo anche nei laboratori. E neppure questo si è realizzato.

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