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Partiti e politica italiana

20 Febbraio 2012 alle 17:10

I partiti sono più un participio passato che i depositari del verbo presente della democrazia nostrana. Lo scollamento tra le istanze che arrivano dalla cosa pubblica e la classe di amministratori che quelle istanze devono mediare, nell’interesse generale, è molto simile a quello che accade, nella sfera spirituale, quando molti fedeli percepiscono un certa distanza tra le gerarchie ecclesiastiche e la quotidianità che essi vivono nell’intimità locale delle parrocchie. A questo proposito mi viene in mente l’esempio di don Antonio Menegon, padre camilliano della parrocchia di San Giuseppe in Via Santa Teresa a Torino. Don Antonio raccoglie fondi per le missioni, è stato egli stesso in prima linea. Nel deserto fisico e spirituale del mondo. Le sue parole, il suo volto sono un arcobaleno di suoni e immagini. Delle sue bellezze e dei suoi terribili problemi. Si fa portavoce di una Chiesa più concreta, più vicina alla gente. Contesta il divieto di sposare i divorziati, ad esempio. Ascolta tutto e tutti. E’ attore di prossimità. Ed è ascoltato. Le sue messe traboccano di gente e, entrando dal fondo della navata scopri che non ci sono solo parrucche d’argento, ma capelli di tutti i colori, segno che riesce ad intercettare molti giovani. Don Antonio è un leader. Locale, periferico. Ma un leader. Perchè infonde fiducia, che non sarà la fede (mi ricollego al fil rouge dell’inserto del Foglio di due sabati fa) ma che forse oggi rappresenta proprio il presupposto per quel patto tra elettore ed eletto, tra popolo e classe dirigente oggi tradito. Ecco da dove ripartire: dalla selezione dal basso, scuole ed oratori e dal concetto di missione. Dal darsi per gli altri. Ricetta concretamente retorica.

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