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Londra, tre domande banali

11 Agosto 2011 alle 10:34

Gustavo Pietropoli Charmet, docente di psicologia, in un’intervista al Giornale analizza quanto sta accadendo a Londra e si esprime così sulla causa delle violenze compiute dai giovani: “la rabbia e la disperazione che gli deriva dal vedere ogni giorno morire il proprio futuro”. Prima domanda: questi giovani come hanno impiegato il loro tempo per costruirsi il loro futuro, come hanno saputo approfittare delle occasioni offerte loro dalla società che ha accolto il loro padri immigrati da paesi del terzo mondo? Quando gli italiani emigrarono negli USA l’unica cosa che veniva offerta loro era una visita sanitaria per vedere se erano sani: gli guardavano in bocca come al mercato dei cavalli. Eppure hanno saputo inserirsi in quel tessuto sociale e costruirsi il loro futuro: e che futuro! Seconda domanda: perché mai un paese civile e progredito dovrebbe fare qualcosa di diverso per gli immigrati, qualcosa che non sia la stessa cosa che fa per i propri cittadini: dare loro la possibilità di andare a scuola, di essere curati in caso di malattia e di rimboccarsi le maniche per lavorare e garantirsi un futuro, magari non per il primo arrivato ma per i suoi figli e nipoti? Quando ero ragazzo ero fortunato perché potevo andare a scuola, ma c’erano ragazzi che lavoravano di giorno, ed erano lavori faticosi, e studiavano la sera per poter migliorare la loro condizione di vita. Terza domanda: quanti dei rivoltosi che si ribellano ad una fatidica società ingiusta sfasciando vetrine e incendiando case stanno facendo questo? Penso che il vero problema sia che i giovani che vivono nei paesi economicamente avanzati non hanno la ben che minima intenzione di rimboccarsi le maniche e penso che sociologi e psicologi invece di elaborare teorie deresponsabilizzanti farebbero meglio a spiegar loro che ciò che vogliono devo guadagnarselo come per migliaia di anni hanno fatto coloro che li hanno preceduti.

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