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Della vulnerabilità del cristianesimo

25 Marzo 2010 alle 14:30

Il massiccio attacco anticristiano che ha segnato l'esordio del iii Millennio (attacco al cristianesimo, non o non solo ai cristiani come è stato in prevalenza nel secolo scorso) è dovuto alla componente di più fattori, come emerge bene dai contributi ospitati sulle colonne del Foglio. Anche odierne. Vorrei però mettere l'accento su uno di essi, che mi pare sia passato sempre in sordina. Mi riferisco alla emorragia di intelligenze dal recinto del cristianesimo, alla "fuga di cervelli" dall'alveo della fede cristiana. E mi riferisco a quegli intelletti particolari, capaci di connotare di sè, con le loro opere un'epoca, un periodo storico. Il cristianesimo ripiegato esclusivamente sul sociale, sulla pastorale (contro anche la sua stessa tradizione) ha fatto smarrire quanta luce per l'intelletto promani dalle Scritture. E niente nella storia dell'uomo è stato fattore potente di liberazione intellettuale, lievito per il libero uso della ragione quanto il cristianesimo, anche a rischio di un uso di quella facoltà contro se stesso (rischio insito in tutte le libertà in quanto tali, e banco di verifica della loro vera sussistenza). Privato di questa fascinazione intellettuale, incapace di continuare ad essere propositivo nel campo dell'arte e del pensiero, il cristianesimo è rimasto indifeso, non più capace di attrarre menti, transfughe in campo avverso. L'uomo ha scacciato Dio dalla propria vita. E ciò è male. Ma ciò che è un male ancora maggiore, ha scacciato Dio dal proprio pensiero, dalla proria creatività, dalla propria intelligenza. Questo rappresenta un male maggiore perchè, se nel primo caso l'uomo procura un danno soltanto a se stesso, nel secondo, a causa della propagabilità e della sopravvivenza delle attività di pensiero e delle spirito, procura del male anche agli altri.

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