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Eluana e la cultura di morte

25 Novembre 2008 alle 13:10

Direi che l’impostazione scelta dalla signora Affinito sul tema, possa definirsi laica. La volontà di Dio non c’entra, vuoi perché è insondabile, vuoi perché, pur presumibile, non può considerarsi vincolante per coloro che non credono. Se non sbaglio, ne deriva l’abbandono delle categorie morali (fondate su un principio trascendente) e dunque di qualsiasi pretesa di verità assoluta. Quindi, bene e male in questa vicenda andranno valutati in senso relativo agli individui e alla società. Quanto alle scelte individuali, queste sono rilevanti solo in ragione del fatto che tutte insieme concorrono a formare un orientamento collettivo ovvero un modello sociale di comportamento. L’interrogativo che il caso Englaro pone, ripulito da dogmatismi e strumentalizzazioni, è appunto questo: esiste il pericolo che si affermi un modello sociale (la c.d. cultura di morte) dannoso per la società stessa? E’ chiaro che una risposta affermativa rappresenti una legittimazione sufficiente per la società a conculcare la libertà del singolo. La c.d. cultura di morte è un argomento suggestivo che però richiederebbe un approccio meno superficiale, quantomeno se si vuole evitare di farne uno spauracchio inservibile perché logorato dalle continue ed improprie evocazioni. Parlare nel caso di Eluana di dignità della vita, di abbandono degli ultimi, di selezione della specie e aberrazioni simili è fuorviante. Il tema non è se qualcuno a determinate condizioni possa decidere della vita altrui; il tema è se consentire a qualcuno in determinate condizioni di decidere della propria vita. Patendo da qui si potrà poi ragionare se togliersi la vita sia davvero espressione di una cultura di morte; se la cultura di morte davvero esista, quali cause abbia, se è un fenomeno solo contemporaneo e via dicendo

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