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La teologia del suicidio

1 Settembre 2008 alle 14:00

“Il Foglio” di domenica 24 agosto 2008 ha pubblicato un articolo del teologo Vito Mancuso dal titolo “La nostra sacra libertà di morire”. Titolo poco ficcante, infatti dopo aver letto quello che scrive il teologo viene “naturale” pensare che il titolo allusivo e non dichiarato sia “Apologia del suicidio”. Scrive Mancuso: “Il testamento biologico rimanda al rapporto tra l’uomo e la sua natura, tra la volontà umana e la biologia umana.” Volontà umana e biologia umana; si nota un’assenza, l’assenza della ragione, per Mancuso sono sufficienti volontà e biologia per sviluppare una posizione sul testamento biologico. Mancuso è bravo nel rovesciare le posizioni della filosofia classica con giochi di prestigio come quando afferma: “Le due idee di natura dominanti, la visione cattolica tradizionale (non la creazione) e l’evoluzionismo (non l’evoluzione), vanno superate…” Questa affermazione costringe la ragione ad uno sforzo, perché essa appare ricca, ma ad un esame attento ci evoca lo spettro del relativismo. Mancuso cerca di tagliare e cucire la stoffa del pensiero tradizionale per confezionarsi un abito comodo e così largo da poter contenere nelle tasche delle bombe. La sua idea di libertà si manifesta alla fine dell’articolo, quando afferma: “non c’è nulla di più sacro dell’esercizio autonomo della libertà. Che quindi vi debba essere una legge che permetta a ogni uomo di decidere come morire è, per chi rifiuta il determinismo di ogni tipo e accetta la libertà del tutto evidente.” L’anima razionale a questo punto deve concedere al teologo almeno l’onore delle armi; infatti in questa affermazione le maschere del nostro tempo (ideologia, nichilismo e relativismo), appaiono in tutta la loro potenza. Quella di Mancuso sembra essere una “teologia-positiva”; perché sembra che tocchi all’uomo porre i limiti (in questo caso non porre alcun limite) della libertà e di conseguenza del bene e del male; parafrasando Nietzsche si può dire che per Mancuso “Ammettere la non-verità quale condizione della vita, ciò sarebbe certamente un ribellarsi in modo pericoloso agli usuali sentimenti di valore, ed una filosofia (per Mancuso leggasi teologia) che ardisca far ciò, si colloca perciò stesso oltre i confini del bene e del male”. È evidente che la scelta è sempre tra questi due poli etici. Nell’affermazione del teologo ogni limite è superato in nome di una libertà assoluta. Se non c’è nulla di più sacro dell’esercizio autonomo della libertà, significa che tutto è permesso, anche il suicidio in questo pensiero trova giustificazione. Autonomia, significa anche autonomia dalla natura, dalla cultura e dalla ragione? La parola autonomia è composta ed è di derivazione greca (autos-nomos, letteralmente significa darsi una legge da sé). La pretesa della teologia di Mancuso ha una radice illuminista;ed è anche il tentativo di allargare alla teologia contemporanea quelle categorie che sono state i pilastri del pensiero dell’ottocento: positivismo, storicismo-materialista, materialismo etc. Per Mancuso bisogna accettare la libertà di scegliere il male senza dire che “è male”.

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