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ELUANA - Diritto indisponibile

18 Luglio 2008 alle 16:16

A me sembra ottimo il fondo di Giuseppe Dalla Torre, pubblicato il 17 luglio sulla prima pagina di “Avvenire” sotto il titolo: “Sulle (asserite) scelte – Il diritto di poter tornare indietro”. Trovo sottolineato il principio di “diritto indisponibile”, che mi sembrava indiscutibile e che qualcuno ancora conosce (vedere nel Forum dello stesso giorno la lettera di Marco Cingolani: “La vita è un bene indisponibile”). Ma noi siamo vecchie cariatidi! Sfiorato dall’imperante relativismo di questi nostri tempi postmoderni e postvaloriali, Dalla Torre, però, afferma: “Diritto indisponibile com’è quello alla vita, come tale non esercitabile tramite rappresentanti, fossero anche i più prossimi congiunti”. Proprio sicuro? Tanto basta per il suo assunto, ma è proprio così? Indisponibile sì, ma per tutti, anche per la “persona” apparentemente titolare: la vita non appartiene né a lei, né ai suoi genitori, poiché non l’hanno creata, ma tutt’al più loro sono stati i mezzi di cui la Natura si è servita per realizzare il suo progetto. Tale dritto esiste, penso, solo nei confronti della società, perché sia tutelato. Non per disporne! Perché non può una persona sensibile donare il cuore per un trapianto mentre è in vita? Su un altro punto avrei qualcosa da osservare: “Diritto alla vita, il più fondamentale di ogni diritto, il presupposto degli altri diritti fondamentali, il cui esercizio può essere caratterizzato dalla irreversibilità”. Bello, ma non penso si possa dire “può essere”, perché “E’”, direi: non è un manufatto che, una volta eliminato, può sempre essere ripristinato, anche se con un costo (che dovrebbe essere messo a carico di chi ha dato causa all’azione sbagliata). Dovrebbe! Ma in Italia c’è qualche categoria esente da responsabilità! Per quanto riguarda il richiamo all’articolo 32 della Costituzione, plaudo entusiasta, ma mi permetto un’osservazione: la libertà di scegliere la terapia non può che essere subordinata alla cura della salute, che mi sembra sia tutelata dalla Costituzione. Direi, in pratica, che la scelta si possa fare solo fra più terapie idonee a raggiungere lo scopo e che non possa esserci un rifiuto totale. E, in ogni modo, mi sembra assurdo che una “persona” possa chiedere ad un medico di essere “suicidato” e che un medico possa assecondarla, violando non solo la legge etica e quella statale, ma anche il giuramento d’Ippocrate (“di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo della sofferenza”, con tutto il resto). Vediamo, infine, il significato del termine terapia: “Il complesso di tutti i mezzi posti in opera dal medico per curare e possibilmente guarire le malattie”. Non è una mia invenzione, ma la definizione (non una definizione) che ne dà il Grande dizionario enciclopedico UTET: il che significa che l’alimentazione, l’idratazione e la respirazione non hanno nulla a che vedere con il termine terapia, perché rappresentano solo il mezzo che la Natura c’impone di utilizzare per conservare e sviluppare il progetto realizzato. Il neonato sa fare solo una cosa, succhiare il latte della madre (oltre che respirare), ma anche il feto si nutre e respira tramite la madre! Anche questo non lo dico io! Che la vita debba fare il suo “corso naturale”, non significa e non può significare eliminare il normale sostentamento necessario alla vita e non può neppure significare eliminare le cure, che proprio la Natura, dotando l’uomo d’inteliggenza, gli ha permesso di realizzare con farmaci ed altri mezzi terapeutici, anche invasivi. E penso che anche chi volesse chiedere consapevolmente d’essere ammazzato, non vorrebbe morire di fame e di sete. Ammesso sempre che possa considerarsi valida una volontà espressa in un discorso accademico (o come si voglia chiamare) avulso dalla realtà effettiva. E come non ringraziare Dalla Torre per il richiamo all’articolo 2 della Costituzione? Mi permetto di richiamare le parole del professor Giuliano Vassalli, prima che cadano nel dimenticatoio: “Decisioni simili a quelle riguardanti il caso Englaro le si può forse trarre da principi umanitari e ideali, ma certo non in base al diritto (…) Ogni giorno sentiamo invocare il principio di legalità, ma, di fronte a certi casi tragici, vogliamo aggirare quella certezza”.

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