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E' ora della "piccola Europa"

17 Giugno 2008 alle 12:20

Parliamoci chiaro: siamo tutti (o la gran parte) filo-europei convinti. Come si fa a pensare che vi sia una divisione spirituale, culturale di base tra gli abitanti dell'Europa, al di là delle battute, dei campanilismi, del folklore e del costume locale, al di là, persino, del differente approccio alla filosofia di vita. Se persino ci sono odiose differenze tra i paesini che hanno lo stesso Nome, che distano qualche chilometro, ma sono separati dalle definizioni: "...di Sotto" e "...di Sopra", è ovvio pensare che l'astio per il cugino al di là della vallata, del monte, del fiume sia sempre attivo. Deriva dai tempi dei Clan, delle tribù, delle famiglie,... Se tutte queste differenze, però, restano nel piano di tradizione, rappresentano un arricchimento della popolazione, facendone un vanto culturale in memoria per le generazioni future. Dopo millenni di guerre interne fratricide, infatti, la Civiltà moderna ha dimostrato, almeno, per ora, all'interno dell'Europa, che "lavorare" assieme è meglio che litigare e, magari spararsi. L'emancipazione culturale, però, almeno da parte dei governanti, doveva essere estesa alla popolazione con una siringa, con una flebo, non a martellate sproloquianti di slogan ad effetto triofalistico, specialmente quando si è riscontrato, in controtendenza, un effettivo inasprimento del benessere generalizzato per colpa della moneta unica europea. Se l'Europa dei Sei del Trattato di Roma del 1958 e poi quella dei dodici (1986), (magari senza la Gran Bretagna, che è entrata nel gruppo per frenare la sua finalizzazione) avesse codificato le prime regole basi, la prima Costituzione Federalista, prima di spingersi inconscientemente ad allargare le frontiere (come quella del 2004 ad altri dieci paesi) portando nel 2007 il totale a ben ventisette componenti, a quest'ora, probabilmente, avremmo dei veri Stati Uniti d'Europa. Ma la fretta di qualcuno (che ben conosciamo per altri disastri italiani), magari per bearsi di essere stato l'artefice che ha spinto la creazione di un monumentale consesso di popoli, ha praticamente rovinato tutta l'impalcatura già fragile, perché poco consistente. Si doveva pensare a consolidare le cose comuni, prima di allargare a popoli, tra l'altro nuovi alla democrazia occidentale dopo il passato burrascoso del regime sovietico. Parliamoci chiaro: siamo tutti filo-europei, ma se anche in Italia si facesse un referendum del genere irlandese, sono arciconvinto che vi sarebbe una preponderanza di scettici ben più alta di quella riscontrata nella stessa Irlanda. Non è il caso di ricominciare, magari dalla "Piccola Europa"?

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