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Ancora sulle donne pie (e non)

11 Giugno 2008 alle 08:32

Rispondo per amore dello scambio di idee – caro anche al nostro illustre ospite – e anche… per non lasciarle l’ultima parola. Signor Longo, pieno accordo sull’imparare ad essere persone, pieno accordo sul non sentirsi in dovere di essere maschiacci, pieno accordo nel non dover diventare “femminucce” carine ed ubbidienti sempre pronte a far contento “lui” che guarda la partita (ma dove le ha viste le pubblicità con le massaie?). Ma – forse non esprimendo bene i miei concetti – io intendo anche questo quando parlo di donne che non sanno più essere vere, rette, forti. E’ vero, oggi le donne non sono più capaci a fare le mamme: è essere donne vere questo? Io credo di no. Oggi le donne rifiutano la maternità, non vogliono saperne di dare il loro amore ai pargoli, di coccolarli, di educarli. E’ essere donne vere questo? Si può essere donne vere – alias si può essere persone - abdicando alla peculiarità del proprio genere per diventare neutri “cittadini lavoratori”, rinunciando ad un ruolo che rende grande la donna se vissuto con piena consapevolezza, per voler a tutti i costi assomigliare all’uomo, senza peraltro riuscirci, o per lo meno riuscendo ad esserne soltanto una copia venuta male? Fare figli una schiavitù? Ma quando mai. Fare figli non è più una nostra prerogativa? Ma non diciamo fesserie: questo pensiero è il frutto del più bieco relativismo, è negare l’evidenza. Sfido chiunque a fare, fabbricare, un figlio facendo a meno della donna. Queste sì sono le falsità di cui ci infarciscono la mente i “razionalisti” del nostro tempo, quelli che nel nome della dea ragione chiudono le porte agli insegnamenti della Chiesa senza neanche prendersi il disturbo di conoscerli, di valutarli a fondo, di pensarli. Quelli che alla parola Chiesa sostituiscono il termine, quello sì più materialista, di Vaticano, per poter parlare di “potere sulle coscienze”. No, credo che i veri homini e foeminae sapientes oggi non siano quelli che rifiutano a priori gli insegnamenti della Chiesa cattolica, come il pensiero dominante richiede – anzi impone - ma coloro che sanno andare controcorrente, dando una possibilità alla spiritualità cristiana di esprimersi, o coloro che, eventualmente, liberamente e scientemente scelgono di andare incontro ad essa per provare a scoprirvi la vera grandezza dell’uomo… e della donna! No, non è la Chiesa che ci ha relegato ad un ruolo secondario, ma è la cultura materialista, a causa della quale se non entri nel circuito produttivo non sei nessuno, che ha declassato la figura della donna che si occupa della famiglia, dei figli, degli anziani, della casa, spingendola a cercare di realizzarsi altrove. Sono gli aspetti più beceri – per usare una parola cara al femminismo e alla cultura di cui si nutre – della cultura femminista che hanno portato all’“emancipazione” evolutasi in negativo e all’isterilimento della femminilità, non certo la Chiesa né - Dio ci liberi! – il Vaticano. E’ questa cultura che ci ha regalato, con l’illusione della parità fra i sessi, l’aborto: fai sesso quanto ti pare e con chi ti pare, tanto se resti incinta sei libera di decidere di ammazzare tuo figlio legalmente, ma poi sono tutti affari tuoi, la responsabilità è solo la tua, non c’è un cane che ti aiuta. Ci ha regalato il divorzio, col risultato di un numero impressionante di famiglie che vanno in fumo, con figli che diventano delinquenti o depressi o vittime dell’anoressia perché sfuggono al potere educativo di genitori – di madri - in cerca di ristabilire l’equilibrio e una qualche stabilità sentimentale. Non mi sembrano conquiste queste. Le donne pie – capaci di pietas – tante volte facevano una vita del cavolo, piena di sofferenze e sacrifici, ma i figli li facevano nascere e avevano una forza dentro che faceva loro sopportare di tutto pur di garantire loro una stabilità familiare che desse loro la possibilità di crescere serenamente, l’opportunità di diventare PERSONE. E in questo contesto vivere la Parola di Dio era una naturale necessità, che conferiva ricchezza interiore, non ignoranza a chi la professava. Dava il coraggio di lasciare da parte il proprio egoismo e affrontarne di tutti i colori per poter arrivare al traguardo della vita, a guardare in faccia la morte e sentire dentro di sé la tranquillità e la certezza di aver fatto il proprio dovere. Se guardiamo quante donne depresse ci sono oggi fra noi “emancipate” non può non sfiorarci il dubbio che forse, con tutto il nostro razionalismo, le conquiste sociali e lavorative e le nostre – spesso apparenti – libertà, il nostro dovere non solo non sentiamo di averlo compiuto, ma neanche più sappiamo qual è.

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