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Il cristianesimo non è un'identità

3 Maggio 2008 alle 16:50

Il consenso trasversale o bipartisan raccolto dal discorso pronunciato da Gianfranco Fini in occasione del suo insediamento alla Presidenza della Camera, indubitabilmente rappresenta un buon viatico per la legislatura appena cominciata. L’Italia non può più aspettare le riforme costituzionali, ha detto, in sostanza, il neoletto Presidente, a meno di continuare a perdere terreno rispetto alle altre democrazie occidentali di fronte alle sfide poste dalla globalizzazione. Ed aggiungendo che Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, nell’esercizio della massima carica dello Stato, hanno spianato la strada al processo di modernizzazione del Paese. Fin qui, nulla da eccepire, parole sante, sottoscriviamo senza esitazione. Ciò che invece ci lascia assai perplessi è quel passaggio in cui Fini manifesta il suo pieno e convinto sostegno allo sforzo di Benedetto XVI teso a contrastare il relativismo etico. Non che noi troviamo qualcosa di lodevole nel relativismo etico, il punto è che ancora una volta il centrodestra, attraverso le dichiarazioni di un suo autorevole leader, mostra di avere un concetto discutibile del cristianesimo. Troppo spesso, nel recente passato, abbiamo ascoltato i principali esponenti dell’attuale Pdl parlare della necessità di preservare «l’identità cristiana dell’Italia». Orbene, che il cristianesimo abbia avuto un ruolo preminente nella costruzione della civiltà occidentale è argomento sul quale non vale neanche la pena di soffermarsi a discutere. Mentre è bene che ci si soffermi su un altro aspetto, per mettere in chiaro l’errore in cui cade il centrodestra: il cristianesimo non è un identità. Che abbia forgiato l’identità europea è storicamente vero, come è vero che esso non è una filosofia, non è un sistema di valori e neppure una semplice dottrina. Al centro del cristianesimo, per i cristiani, c’è un uomo, il Dio che si è fatto uomo, il Redentore che ha liberato l’umanità dalle catene del peccato originale. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se morisse vivrà», dice Gesù a Marta, prima di risuscitare suo fratello Lazzaro. Come tutto questo sia riducibile a semplice «identità», francamente, non si riesce a comprenderlo. Quel che per i cristiani è la Rivelazione da molti uomini politici italiani è considerato né più né meno che retaggio culturale, qualcosa da difendere unicamente perché appartiene alla storia del nostro Paese. Una grande mistica del XVI secolo, Santa Teresa d’Avila, riferendosi alle Sacre Scritture ammoniva: «Delle due l’una: o ci credete o no.» Ritenere il messaggio evangelico semplicemente una tradizione culturale, è indice di – spiace dirlo – superficialità e, sotto certi aspetti, proprio di relativismo etico, quella tendenza culturale che pure dalle parti del centrodestra dicono di avversare. Se questa è l’idea che hanno del cristianesimo nel Pdl, non deve destare meraviglia che, tanto per fare un esempio (e potremmo farne tanti altri) in occasione del referendum sulla fecondazione assistita Fini abbia assunto la posizione che sappiamo. Nemmeno che nel Pdl sulle cosiddette questioni etiche ognuno vada per conto proprio. Se il cristianesimo è soltanto «identità», tutto è ammesso. Nel centrodestra forse sono davvero convinti che 21 secoli fa un uomo che diceva di essere Figlio di Dio sia venuto sulla terra per dare un identità all’Europa.

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