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La pillola del giorno dopo

12 Aprile 2008 alle 17:01

Senza ricorrere ai contenuti del bandito “Avvenire”, basta richiamare il “Corriere” di oggi con due articoli concatenati pubblicati a pag. 21: Erika Dellacasa: “L’ordine all’ospedale del cardinale: prescriva la pillola del giorno dopo – La regione Liguria scrive al Galliera, presieduto da Bagnasco”; Laura Martellini: “PRIMA PRONUNCIA – Chiesta l’archiviazione di una denuncia per omissione di atti d’ufficio a Roma. Deciderà il gip – Ma il pm: simile all’aborto, si può rifiutare”. O bella: ci vuole la decisione di un pm e persino di un gip per scoprire l’acqua calda? Forse la magistratura non ha impegni seri da evadere? Se fossi stato pm, io avrei detto: “è aborto, si può rifiutare”. E’ vero che qualche giorno fa Livia Turco (ministro “cattolico” della salute) ci ha ricordato che tale pillola è stata registrata come “contraccettivo d’emergenza” “in Italia e in tutta Europa”, ma si tratta di un atto formale, che penso possa essere superato dalla realtà, che è ciò che deve interessare la coscienza di chiunque, quando siano interessati valori inalienabili da tutelare. O questa regola vale solo per condannare i gerarchi nazisti? Se vogliamo considerarla un farmaco, dovrebbe avere funzione curativa, cioè la capacità di eliminare o ridurre una malattia. Non essendo la gravidanza una malattia (o non sono aggiornato sulle ultime conquiste intellettuali?), dovrebbe essere usata per guarire una vera, ma, dati gli effetti che produce (eliminazione di una vita) dovrebbe essere sicuro che possa salvare un’altra vita, non altrimenti tutelabile. Perché non sembri una vuota affermazione apodittica, direi: - o non vi è stato concepimento e la pillola non produce alcun effetto, se non qualcuno negativo, come tutti i farmaci: penso che in tal caso un buon medico dovrebbe (ma senza condizionale) avere il diritto di rifiutarne la prescrizione, anche in presenza di una precisa richiesta; - o, se vi è stato il concepimento, vale a dire l’unione dei due gameti, provoca l’aborto e tale risultato si ottiene in modo indifferenziato e non solo nei limiti etici fissati dalla legge: è troppo scorretto pensare che in tal caso il buon medico avrebbe non solo il diritto, ma anche il dovere di rifiutare la prescrizione richiesta, quando sia in contrasto con la predetta volontà di legge? Sempre fatta salva l’obiezione, trattandosi di vita, fondata su motivi etici che superino i limiti della stessa legge. Mi sembra che sia un discorso artificioso, frutto di una accademica discussione sulla liceità (non solo giuridica) dell’aborto. Non vorrei subire un procedimento direttissimo con condanna per essere giudicato non “politically correct”, ma presumo che ogni discussione sia superata da una domanda (ina ina): è vero o non è vero che qualunque donna può partorire in ospedale (e non sotto i ponti), senza riconoscere il bambino, come se non lo avesse mai avuto? Senza che ne resti traccia nella sua vita, mentre la cicatrice che resterebbe nel suo cuore, sarebbe senz’altro di gran lunga inferiore a quella che lascerebbe l’uccisione del figlio? Se sì, mi sembra che la necessità dell’aborto sussisterebbe solo (e solo) nel caso di pericolo di vita per la madre, che così diverrebbe titolare di un “diritto” allo stesso. Sempre fatta salva la libertà di scegliere, perché, come dimostrano tanti casi (e di uno abbiamo avuto conoscenza ancora oggi), di fronte ad una scelta di vita, la madre (donna) non sempre sceglie di salvare la propria. Mi sembra, per concludere, che sarebbe solo un apparente diritto ad abortire, mentre in realtà sarebbe un superiore diritto a tutelare la propria vita.

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