La prima busta paga della vita e quell’idea semplice di guadagnarsi l’onnipotenza

Un pamphlet autobiografico di Walter Siti sull’evaporazione del denaro

25 Marzo 2018 alle 06:30

La prima busta paga della vita e quell’idea semplice di guadagnarsi l’onnipotenza

Foto Pixabay

Eppure io che ho settant’anni, e provengo da quella che un tempo si chiamava la classe operaia, ricordo il piacere di pagare: una sensazione di trionfo, o almeno di soddisfazione profonda, le prime volte che potevo procurarmi, con soldi guadagnati da me, qualche piccolo lusso.

Walter Siti, “Pagare o non pagare” (nottetempo)

 

Ora che pagare è diventato il sigillo dell’ingiustizia, è bene ricordare quell’antica idea di trionfo connessa con il denaro guadagnato che serve per acquistare il miglioramento, la soddisfazione, perfino la gloria. Walter Siti inizia questo pamphlet autobiografico sull’evaporazione del denaro con l’immagine di sé nel 1965, nell’estate tra la seconda e la terza liceo. “Mi impiegai presso un magazzino dell’Enel; si trattava di smistare entrate e uscite del materiale, far firmare ai camionisti (prodighi di birre) bolle e ricevute, tenere la contabilità mediante un sistema di schede perforate. La prima busta paga l’ebbi tra le mani in agosto, gridai la cifra a mia madre dal cortile perché sentissero tutti, e poi con quella cifra le comprai un ventilatore”. E quando vinse la cattedra universitaria, invece di farsi accreditare lo stipendio sul conto corrente ogni ventisette del mese si presentava allo sportello e si faceva dare il denaro in banconote da cento e da cinquanta, con l’impiegato che le contava e qualcuno che commentava, tra l’ammirato e l’invidioso: “Ma non finiscono mai!”. Con quelle banconote nella tasca gonfia Siti correva a comparsi qualcosa che gli piaceva, e come ha sempre raccontato e scritto, pagava gli uomini per fare sesso (questa è un’autobiografia, l’autoanalisi di un ceto che amava spendere e comprare i desideri: “il sesso diventava per me il modello immaginario del comprare un frammento infinitesimo illudendosi di comprare il Tutto”). Il piacere di pagare era il piacere di sentirsi uguali e di pretendere cose grandi, di migliorare, cambiare classe sociale, sudore di giorno e cazzeggio di notte, l’idea semplice di guadagnarsi l’onnipotenza. Poi è cambiato tutto.

 

Adesso pagare è una faccenda rabbiosa, e Siti la percorre storicamente, socialmente, attraversa la crisi economica, le Torri Gemelle, la globalizzazione, la Grecia strozzata dai debiti, Internet e naturalmente Berlusconi, racconta il denaro mettendosi accanto al denaro, con lo sguardo di chi non aveva denaro e se l’è guadagnato e l’ha speso con gioia, e analizza allora questa nuova economia del gratis, per cui possiamo avere un sacco di servizi, notizie, musica, beni non materiali senza pagare nulla, viaggiare e telefonare a prezzi stracciati, come se ci fosse sempre Babbo Natale pronto ad assecondarci, a esaudire i nostri desideri, anzi a garantire il nostro diritto al gratis. In cambio di visibilità, monopolio, sfruttamento. Pur di non pagare ci stiamo trasformando in mendicanti digitali, scrive Walter Siti riguardo alle nuove generazioni, “i giovani di una sempre più evanescente classe media, coccolati e spersi, incapaci di non cedere alle tentazioni di un’abbondanza fittizia”. Si crogiolano in una mezza cultura, si rassegnano a lavorare gratis, non si fidano di niente e finiscono per spettacolarizzare se stessi sui social, sempre sentendosi vittime di qualcosa. Non hanno ancora conosciuto il piacere di pagare, quella sensazione di forza data dal miglioramento di sé anche attraverso quel po’ di denaro guadagnato. “Non hanno scale né ali per aspirare al mondo di sopra”. Ma forse non è così, forse ci sono vie d’uscita e c’è un futuro. Forse questo è lo sguardo autoanalitico, acutissimo e profondo, di chi vorrebbe, ancora e per sempre, comprare un ventilatore a sua madre.

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