I bambini che guardano verso il cielo, installazione al centro della rotonda alla fine del tratto autostradale di Jandia a Fuerteventura (foto Tony Hisgett via Flickr)

L'uomo occidentale non guarda più l'infinito e l'eterno, ma solo se stesso

Costanza Miriano

Sopravvivrà solo se riconoscerà di essere vulnerabile

L’uomo occidentale è finito per carenza di stelle. L’uomo è fatto di desiderio, ha bisogno di alzare lo sguardo a cercare le stelle, desidera, ed è questa ricerca che lo tiene dritto in piedi, in vita. E’ questo lo spazio nel quale si infila la ricerca di infinito. Ma, prima ancora, è questo che lo muove nel desiderio di migliorarsi. Per millenni le narrazioni – da Omero in poi – sono state racconti di come l’uomo, l’eroe, cercasse di superare se stesso, di trascendersi, di cercare fuori di sé qualcosa che lo eternasse.


A un certo punto l’uomo ha deciso che non aveva più bisogno di nessun cielo sopra la sua testa, ha smesso di costruire cattedrali, ha cominciato a pregare – i pochi che lo facevano ancora – in posti più simili a garage che a chiese, senza liturgia, senza guglie che portassero lo sguardo verso l’alto. Ed è nato l’uomo funzionale all’attuale modello di vita, di produzione di beni, di organizzazione della vita pubblica: è un uomo che vive immerso in una palude di soggettivismo assoluto – proprio così, viviamo in un ossimoro – in cui ogni desiderio non solo può, ma ha il diritto di essere soddisfatto, e ogni limite, anche quello biologico, è avvertito con fastidio come fosse una costruzione fittizia, e non lo spazio che ci è dato di abitare. E’ un uomo talmente liberato che non sa più che fare della sua libertà: la liberazione sessuale, per esempio, ha abbattuto il desiderio. E’ un uomo solo, senza vincoli, senza legami, senza storia, con pochissimi o zero figli (i figli sono controindicati, ti costringono a risparmiare sui beni superflui, e se proprio devono nascere decidi tu quando e come). E’ un uomo che non ha lo sguardo verso il cielo, verso le stelle, ma su se stesso, sul suo inconscio, sulle paturnie o nevrosi, chiamiamolo come vogliamo (io e san Paolo preferiamo dire “l’uomo vecchio”). Un uomo che pensa di non avere bisogno di essere guarito, salvato, redento. Un uomo che pensava che senza obbedire a nessuno sarebbe stato meglio. E non basta la depressione generale a insinuargli dubbi in merito.

Prima l’arte era bella perché parlava della ricerca di Dio, adesso ritrae l’uomo che cerca se stesso, per questo è tendenzialmente brutta. Prima la letteratura mostrava il corpo a corpo dell’uomo col suo destino eterno, adesso si portano molto i racconti di piccole felicità trovate nelle piccole cose (si vincono anche i premi Strega così), adesso è l’epoca in cui un candidato al Nobel per la letteratura lancia l’idea di scrivere i dieci motivi per cui vale la pena vivere, e mette in testa la mozzarella. E’ evidente, quando si vive per sé bisogna trovare in sé le ragioni. Ma non è che reggano tanto. Il punto è che noi siamo nani coi trampoli, siamo creature di fango che il soffio di Dio ha reso poco meno degli angeli. Noi da soli non siamo capaci di infinito, perché veniamo dal cuore di Dio e a lì vogliamo tornare.


Non che prima di questa idea di uomo la gente fosse tutta mistica, protesa all’infinito. Ma c’era un cielo sopra le teste, questo è sicuro, e la vita aveva una sua pedagogia. Era il tempo in cui il problema era come fare a vivere, non trovare una ragione per farlo. Quando si teme per la propria sopravvivenza è più facile prendere atto del fatto che non dipende da noi. Quanto al tema di soddisfare tutti i desideri, il problema non si poneva proprio (e il fatto di non soddisfarli li teneva vivi). Anche quando non è stata in questione la sua sussistenza, l’uomo viveva contenuto in una sorta di esoscheletro che lo teneva dritto, norme e convenzioni definivano il recinto dei suoi limiti.

Aperto e scoperchiato tutto, l’unico antidoto alla morte per estinzione dell’uomo occidentale è innanzitutto riconoscere e dichiarare il proprio bisogno, dichiarare la propria vulnerabilità. E può essere quella la ferita aperta, divenuta feritoia, che fa passare Dio, l’unico che può soddisfare il nostro infinito desiderio, quello per cui è fatto il nostro cuore. L’uomo secondo Cristo è un uomo meraviglioso, che fa figli e migliora il mondo e lo feconda e lo costruisce per loro, che salva il seme delle cose belle per i figli suoi e degli altri, che protegge i deboli, che cura i malati, visita i carcerati. L’uomo secondo Cristo fa le cose bene, non è un cialtrone: il buon samaritano, che Gesù stesso prende a esempio di amore per il prossimo, è uno che cura i suoi affari, e grazie a questo ha i soldi per pagare un albergatore che si prenda cura del ferito. E’ un uomo che costruisce per domani perché sa che qui non è che l’inizio della sua vita, che è eterna. E’ un uomo che si sa amato teneramente dal Dio che ha inventato gli atomi e i ghiacciai, e il figlio del Re è padrone di tutto e libero, non ha nemici perché ha già vinto, e sa che l’unica battaglia che gli rimane è quella contro l’uomo vecchio, quella che gli impedisce di dire sì a Dio, e riconoscersi veramente figlio. E felice.

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