Alfio Bardolla e Donald Trump (foto Instagram)

Il nudge Bardolla

Il mistero del “coach” che insegna ai mortali come fare i soldi e che sta facendo un boom in Borsa

Fare (tanti) soldi in poco tempo è il sogno di chiunque. Soprattutto quando a prometterlo sono persone che dicono di avercela fatta in un amen, che lo scrivono in libri zeppi di consigli e ricette che manco uno chef stellato. Se un tempo c’erano i tele-imbonitori, negli anni Novanta a Milano impazza la moda dei corsi e dei guadagni multi-livello di Virgilio Degiovanni, alias mister Millionaire, alias signor Freedomland, la connessione internet via tv che nessuno ha mai visto. Da anni quello che a Piazza Affari e nella comunità finanziaria chiamavano il “Degio”, si è riproposto come formatore con corsi online, lui che ai tempi d’oro riempiva interi palazzetti come un vero santone, con tanto di cassette audio da ascoltare anche in auto, in coda, al semaforo. Perché il business non si può fermare.

 

Adesso invece c’è un nuovo guru del guadagno in tempo zero in Borsa: si chiama Alfio Bardolla da Chiavenna, financial coach, formatore che si picca di fornire insegnamenti basici e non solo a centinaia se non migliaia di persone: finora, recita il suo sito, sono oltre 23 mila le persone che hanno partecipato ai suoi corsi. Il picco lo scorso marzo a Parma: duemila adepti, paganti ovviamente. Risultati concreti? Nessuno lo sa di preciso. Online non si trovano particolari critiche ai metodi formativi del professionista lombardo. Qualche timida accusa, risalente al 2005, è dell’associazione Aduc. Poi nulla più. Solo qualche commento sporadico sui forum di smanettoni o trader di Borsa.

 

Sì, perché nel frattempo Bardolla si è quotato sull’Aim Italia, il listino che la Borsa ha destinato alle piccole aziende sul quale ha debuttato, non con fortuna, anche Lapo Elkann o dove tra poco arriverà il broker Equita, già passato sotto la gestione Alessandro Profumo prima che l’ex banchiere di Unicredit e Mps finisse al vertice di Leonardo (l’ex Finmeccanica). Coach Alfio, che nella breve bio online dichiara di aver cumulato un patrimonio di 40 milioni di dollari facendo svariate attività in Italia e all’estero (non dice quali, per privacy), ha stoffa, dicono i suoi. Al punto di essersi ampliato e aver aperto sedi a Madrid e Londra.

 

Nel frattempo ha scritto diversi libri, almeno 6 o 7, definiti best-seller per conto di un editore affermato come Sperling & Kupfer e per Gribaudo. Sul profilo, scritto in terza persona, si legge che le sue opere hanno venduto di più 300 mila copie. Tante, per un riscontro non eclatante sui media mainstream. Ma la gente va ai suoi corsi e seminari. Una miglior verifica la si può fare in Borsa dove il titolo del gruppo è tra i protagonisti del boom di questo 2017 visto che le azioni dallo scorso 28 luglio, giorno del debutto, hanno più che raddoppiato il proprio valore passando dall’iniziale livello di 4,14 euro a quasi 9 euro. Chi ci ha scommesso ha fatto i soldi, anche solo virtualmente.

 

Ma cosa dicono i numeri del suo business? Sicuramente la voglia della gente di provare a fare soldi c’è, visto che il giro d’affari cresce in maniera significativa dai 3,79 milioni del 2015 ai 6,44 milioni dello scorso anno. Ma è altrettanto vero che l’ultima riga di bilancio nel 2016 era in rosso (- 310 mila euro) anche a causa di una vendita immobiliare non propriamente azzeccata che ha provocato una minusvalenza di 806 mila euro). Meglio sembrano andare le cose nella prima parte di quest’anno con il fatturato salito da 2,97 a 4,21 milioni e il ritorno all’utile. Un trend certificato poi dalla Borsa. Anche se in tanti si chiedono ancora oggi, con le azioni in rampa di lancio, come sia possibile tutto ciò. Anche perché, come viene evidenziato nei documenti contabili, il business model è una sorta di catena di Sant’Antonio articolata in 5 fasi: si prende contatto con quello che Bardolla definisce il “lead”, ossia il contatto dell’utente attraverso la promozione del servizio off e online o con il più classico dei passaparola. Poi questo “lead” si cerca di trasformarlo in cliente, affidandolo a un contatto commerciale che proverà a vendere qualcosa (corsi di formazioni o libri e manuali). Una volta fidelizzato gli si vende un corso-evento (definito “Wake up call”) che costa diverse centinaia di euro; poi si passa alla vendita di corsi ad hoc; e, infine, alla vendita del coaching su misura. Un vecchio e rodato metodo. Nulla di nuovo, quindi, sotto il sole del Dio-finanza.

 

Se poi passiamo al suo “impero” italiano qualche dubbio viene. Perché la cassaforte King Holding in pancia ha partecipazioni e asset per poco di più di 10 milioni di euro, un quarto di quanto riportato sul sito personale e ha registrato un utile di 121 mila euro. E se la diversificazione industriale ha spinto Bardolla ad aprire la catena Arnold Coffee, già definita nel 2009 al momento dell’avvio dell’attività la “Starbucks italiana” a Milano, è altrettanto vero che il business stenta a decollare visto che nel 2015 (ultimi dati disponibili) a fronte di ricavi per 2,2 milioni la società di riferimento perdeva 67 mila euro e che dei 21 locali previsti in apertura che dovrebbero o dovevano garantire un margine di 3 milioni, per il momento il target non è stato rispettato, come correttamente scritto dallo stesso Bardolla nel bilancio della sua holding. Ma il piccolo mistero di Bardolla fa sognare molti, e tiene occupata la curiosità della community di Piazza Affari, sempre a caccia di misteri.

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