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impresa impossibile

Violante:  “Il caso Castellucci mostra i rischi del wokismo giudiziario”

Luciano Violante

La responsabilità penale deve sempre prescindere dalla vittimocrazia, dalla tentazione di decidere sulla base delle richieste delle vittime. Il rischio  del wokismo giudiziario all’orizzonte

Vito Gamberale, uno dei maggiori manager italiani, ha sollevato ieri su questo giornale il problema della responsabilità penale attribuita agli amministratori delegati di grandi imprese per eventi tragici nei quali l’azienda era coinvolta ma per i quali  era umanamente impossibile che l’ad potesse personalmente intervenire. E’ il caso di Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Aspi, diecimila dipendenti e 2.800 km di autostrade, e di Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, circa 100.000 dipendenti, 25.000 km di binari, alcune migliaia di vagoni merci. Il primo è stato condannato per il cedimento di un guardrail che ha portato alla morte di 40 persone che viaggiavano su un pullman. Moretti è stato condannato per la strage di Viareggio, determinata dal cedimento dell’asse  del primo carro del convoglio merci, causato dal suo stato di corrosione. Castellucci è ora detenuto in carcere.  

 

                          

 

Tuttavia Castellucci non doveva controllare tutti i guardrail delle autostrade, impresa impossibile; questo compito spettava a uno specifico settore dell’azienda. Moretti è stato condannato in quanto come ad avrebbe avuto il compito di supervisionare l’attività della controllata cui era affidato il compito specifico di verificare la funzionalità dei vagoni. Le due sentenze giungono ad analoghe conclusioni sulla base di complesse  interpretazioni, approfondite, non superficiali. Tuttavia resta il problema di fondo posto da Gamberale: come può l’ad di una grande società essere chiamato a rispondere  per non aver controllato ciò che è umanamente incontrollabile? Nella società italiana, ma anche in altre società occidentali, circola un diffuso sentimento che vede nella punizione del vertice di un’impresa l’unica misura satisfattoria possibile per un grave illecito commesso da un dipendente o da una controllata. Una volta il  capo aveva il privilegio della impunità; oggi, a volte, è il capro espiatorio.   Nelle tragedie citate, e in altre simili, i parenti delle vittime cercano di far valere le proprie ragioni nelle aule di giustizia mostrando ai magistrati e alla stampa i ritratti delle vittime e chiedendo la punizione esemplare per il capo dell’impresa.

E’ comprensibile, degno di rispetto e di solidarietà; alcune volte, come nel processo Eternit, per l’abuso di amianto, con migliaia di vittime, la   richiesta è giuridicamente fondata. Ma la responsabilità penale deve sempre prescindere dalla vittimocrazia, dalla tentazione di decidere sulla base delle richieste delle vittime. Il rischio è che il magistrato ritenga che  la propria legittimazione sia di tipo politico-sociale, che consista perciò nel  rappresentare e soddisfare la domanda delle vittime, non nell’applicazione della legge. Il rischio ulteriore della “vittimocrazia” è la strumentalizzazione della la vittima a fini securitari: la sentenza che non rispondesse alla domanda delle vittime è accusata di mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini. C’è all’orizzonte il rischio del wokismo giudiziario, dell’uso improprio degli strumenti della giustizia per compiti propri della politica, come  la lotta contro le ingiustizie sociali, i privilegi, le discriminazioni. Questo tipo di provvedimenti, non quelli già citati, abbondano di accuse morali, di giudizi etici, di pronunciamenti che nulla hanno a che fare con il diritto, ma che servono a sostenere l’accusa stigmatizzando figure di primo piano, presentate come indegne. La campagna di cui è stato vittima il sindaco di Milano, non  raggiunto da alcun avviso di garanzia, è  ad esempio, uno dei segni preoccupanti  del rischio di una possibile deriva wokista  nella giurisprudenza. E’ pericoloso, perché il progressismo rischia di giocare contro sé stesso e di aprire così la strada all’autoritarismo.
 

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