Hans-Georg Gadamer, altezza e prudenza della filosofia

Davide D'Alessandro

Il grande filosofo tedesco, nel dialogo con Riccardo Dottori, fornisce le chiavi per un’interpretazione non settaria del presente e dei temi fondamentali che ci interrogano sempre, poiché “un cattivo ermeneutico è colui che vuole avere l’ultima parola”

Ha un gusto particolare, quello dell’alta filosofia, quello dell’alto dissertare filosofico, il dialogo di Riccardo Dottori con Hans-Georg Gadamer, Un secolo di filosofia, edito da “La nave di Teseo”. E che secolo! Secolo di pensieri e di furori, di scelte poco meditate e tragiche, di sogni impossibili, di errori imperdonabili. Il grande filosofo tedesco, nato nel 1900 e morto nel 2002, lo ha attraversato e intensamente vissuto, stando al di qua delle tensioni emotive che hanno coinvolto altri grandi filosofi, ma stando comunque dentro, e a pieno titolo, nella storia di una filosofia che si è costruita anche con quelle tensioni. Basta leggere le pagine che investono il rapporto con Martin Heidegger per cogliere la parte sulfurea del tutto e quelle su Karl Jaspers, rimasto esterrefatto quando l’autore di Essere e tempo, «invitato a Heidelberg dal gruppo hitleriano della gioventù studentesca per tenere una conferenza, si presentò all’istituto di filosofia con il saluto hitleriano, vestito nel costume tipico della Selva Nera; e gli restava incomprensibile anche come potesse essere entusiasta di una situazione così torbida, e come potesse stimare un uomo ignorante come Hitler. Al che Heidegger rispose: “La cultura non c’entra, guardi che belle mani che ha!”. Questo fu per Jaspers la fine della sua amicizia con lui».

Chiede Dottori: «Crede comunque che Jaspers considerasse Heidegger veramente un nazista convinto e un antisemita?». Risponde Gadamer: «Certamente no. Jaspers stesso si rese subito conto dopo un paio d’anni, e dopo che egli ebbe rinunciato al rettorato, che non era più nazista; egli comprese come vi fosse cascato, e come poi la sua originaria infatuazione fosse passata; su questo non c’è dubbio; chi è che non lo ha pensato! Tantomeno credeva che egli fosse antisemita, conoscendo bene la sua storia con Hannah Arendt; di questo non si può certamente parlare. Heidegger in verità vide da allora in poi nel Nazionalsocialismo sempre la rivoluzione industriale, che egli combatteva; tutto il Nazionalsocialismo era in fondo per Hitler la rivoluzione industriale».

Dottori conobbe Gadamer nell’inverno del 1968-69, «allorché ottenuta una cospicua borsa di ricerca per studiare la filosofia moderna, in particolar modo Hegel e la frattura rivoluzionaria nel pensiero filosofico del XIX secolo a opera di Feuerbach, Kierkegaard e Marx, decisi di spostarmi da Tubinga a Heidelberg. Gadamer era allora abbastanza conosciuto, ma non era ancora famoso, come lo erano invece Heidegger, Jaspers, Sartre e tutti gli autori appartenenti alla fenomenologia, alla filosofia dell’esistenza e al neomarxismo».

Lo studente italiano, dal 1999 professore ordinario di Ermeneutica filosofica all’Università di Roma Tor Vergata, rimase sorpreso dalla figura di Gadamer, «la sua affabilità e la sua attenzione alla discussione, il suo prendere sul serio qualsiasi obiezione gli venisse posta, la sua disponibilità a seguire il pensiero altrui, come se avesse, appunto, sempre da imparare qualcosa, il suo esser pronto a mettere sempre in questione sé stesso e le proprie opinioni, anche se poi, quando la discussione si era spinta abbastanza avanti, e lui si era convinto di una sua tesi, era molto difficile smuoverlo dalle sue conclusioni; ma spesso, debbo dire, ho trovato accettati in quel seminario, e nei seguenti, i piccoli contributi che riuscivo ad apportare alla discussione, e questo ha fatto sì che si stabilisse tra di noi quella comunione di pensiero che mi legò a lui per tutti i decenni successivi».

Comunione di pensiero che emerge dall’intero dialogo. Per Gadamer, «un cattivo ermeneutico è colui che vuole avere l’ultima parola». Nel dialogo, soprattutto sui temi più cruciali e inquietanti, non si ha mai l’impressione che il grande filosofo voglia mettere il sigillo e sentenziare con la sua ultima parola. Ci sono parole, canti e controcanti, mai l’ultima parola. Tutto resta sempre aperto. L’unica verità è la verità del dialogo. Gadamer sostiene che «si debba guardare non più al vecchio, ma al nuovo, proprio perché la forza della tradizione culturale si è dimostrata impotente a difendere il paese dalla barbarie e dalla follia omicida del Nazionalsocialismo; e indica poi quelli che sono sempre stati, e saranno ancora i punti chiave della sua pratica ermeneutica: la conoscenza del lavoro; il dubbio che si deve sempre nutrire verso sé stessi, ovvero la prudenza del ricercatore (phronesis), che porta però come frutto la fiducia incondizionata in ciò che si è trovato; infine la semplicità, che porta alla tolleranza e alla vera solidarietà. Prese insieme, queste doti si riassumono in una sola: la saggezza».

Quando ho avuto l’opportunità di insegnare Ermeneutica filosofica all’Università di Urbino, non ho avuto alcun dubbio nell’inserire, tra i testi del programma, Educare è educarsi, di Gadamer. Poche pagine, ma non ancora superate. Dentro quelle pagine è racchiusa l’essenza del suo magistero. Attenzione, prudenza, semplicità, saggezza. E altezza.