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Sergio Givone,
l’infinito filosofare

La lezione di Kierkegaard e Dostoevskij, la tesi di Pascal e le rappresentazioni di de Chirico, la morte di Dio e l’importanza della religione, il nichilismo, il pensiero tragico e l’ultima parola sulle cose …ultime: la riflessione del filosofo piemontese sui temi centrali dell’esistenza,  richiamando i libri che ha scritto e quelli ancora da scrivere

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

17 Maggio 2019 alle 15:56

Sergio Givone,l’infinito filosofare

Sergio Givone

Sergio Givone ha scritto tre storie: La storia della filosofia secondo Kant, Storia dell’estetica e Storia del nulla, ma dentro ogni storia vi sono tutte le storie dell’umano, dentro alcuni libri tutti gli altri libri, i cedimenti e le contraddizioni, la tragicità di un cammino sospeso, la passione per la letteratura russa. Givone è filosofo, ma anche poeta e romanziere, affascinato dalla parola che affascina, desideroso di guardare oltre ciò che appare, ciò che è visibile all’occhio dell’uomo, per lui, al contrario di Emanuele Severino, un mendicante che si crede re. L’ultima sua creatura, L’infinito, parte da uno straordinario dipinto a olio su tela. È il celebre Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Per dire del romanticismo, per dire dell’infinito.

Perché ha scritto un libro molto raffinato sull’infinito, a partire da uno straordinario dipinto, proprio quando tutto sembra irrimediabilmente…finito?

Sarà pur vero che "tutto sembra irrimediabilmente... finito", eppure gli scienziati, gli astrofisici, ecc. ci dicono che l'universo è infinito, e questo dopo che filosofi, poeti, pittori, artisti, avevano ipotizzato che noi effettivamente abitassimo l'infinito. Cerchiamo allora di non essere del tutto sordi a questi messaggi e magari vediamo se siamo capaci di tenerne conto.

Sull’infinito risulta più convincente Leopardi o Pascal?

Senz'altro è più convincente Pascal. Leopardi pensa come i greci antichi: pensa che l'infinito non sia reale, ma sia soltanto il paradigma di quel che noi non siamo. Infatti noi siamo finiti, siamo mortali, nulla abbiamo a che fare con l'infinito, né l'infinito ha a che fare con noi. All'infinito possiamo abbandonarci con dolcezza, secondo Leopardi. Invece, secondo Pascal, filosofo moderno in tutto e per tutto, l'infinito ci sgomenta perché l'infinito è reale, realmente ci si può perdere nell'infinito, né sappiamo come salvarci da questo sperdimento senza fine.

Schopenhauer o Nietzsche?

Schopenhauer e Nietzsche stanno entrambi in mezzo al guado. Un po' greci e un po' moderni, il loro anticristianesimo impedisce loro di pensare e portare a fondo l'idea di trascendenza e di guardare oltre l'ultimo orizzonte.

C’è un infinito negativo e uno positivo?

Sì, c'è un infinito positivo e un infinito negativo. Quest'ultimo è l'infinito che non esiste di fatto, ma che noi immaginiamo per venire in chiaro di noi stessi e della nostra finitezza. Quell'altro è l'infinito in atto, è il tutto che è un tutto ma anche qualcosa di più, qualcosa che eccede infinitamente sé stesso. Che magnifico paradosso!

Che cos’è l’infinito di de Chirico?

Per de Chirico l'infinito è precisamente quel tutto paradossale che è e non è al tempo stesso. Un tutto non a tre dimensioni, ma a quattro. E il bello è che de Chirico ha non solo ipotizzato una cosa del genere, ma ha anche tentato di rappresentarla.

Dio è morto davvero?

Certamente Dio è morto per davvero. Il cristianesimo altro non è che la verità di questa morte, è la verità della morte di Dio. Per il cristianesimo Dio muore veramente sulla croce, anzi, per il cristianesimo non c'è eresia peggiore che credere che Dio sulla croce muoia per finta. Questa eresia si chiama docetismo ed è stata condannata già molti secoli fa, ma è quanto mai viva e diffusa ai nostri giorni.

Perché non possiamo fare a meno della religione?

Proprio perché ci permette di pensare la verità della morte di Dio, non possiamo fare a meno della religione. La religione ci permette di pensare la morte di Dio senza rinunciare a Dio, ma al contrario presupponendolo. Ci permette cioè di pensare la morte di Dio in Dio, come un'intera tradizione suggerisce. Mi riferisco al Figlio che muore affidandosi al Padre e al Padre che lascia morire il Figlio, affinché si compia l'opera della redenzione.

Qual è la differenza tra il nulla e il nichilismo?

Il nichilismo vede il nulla, ma non lo prende sul serio. Gli strizza l'occhio, come quando fa l'elogio della caducità e della mortalità, ma non ne vede il carattere tragico.

Da che cosa nasce il pensiero tragico?

A differenza del nichilismo, il pensiero tragico prende sul serio il nulla. Vede nel nulla quel che il nichilismo non vede: e cioè la potenza di distruzione e di annichilimento, il dissolvimento non solo della realtà, ma anche del senso della realtà. Di fronte al nulla, non c'è momento della vita, anche il più alto, che non possa scoppiare come una bolla di sapone.

Il Cristianesimo è fondamentalmente antitragico?

Assolutamente no. Che cosa c'è di più tragico della morte di Dio e del fatto che quella morte è reale, con tutto quel che segue (a cominciare dal fatto che faremmo bene a cercare la felicità nella sofferenza e nel dolore anziché il contrario)?

Che cosa le ha insegnato Kierkegaard?

Kierkegaard mi ha insegnato quasi tutto: che la verità è prospettica, la verità è in maschera, la verità va declinata al plurale... Mi ha anche insegnato che l'intelligenza può prenderti la mano e farti lo sgambetto. Suo malgrado, mi ha insegnato l'umiltà di spirito, e la diffidenza per chi di spirito ne ha anche troppo.

E Dostoevskij?

Se Kierkegaard mi ha insegnato quasi tutto, Dostoevskij mi ha insegnato tutto. Ogni volta che credo di fare un po' di luce su qualche mistero piccolo o magari anche grande, poi scopro che Dostoevskij lo sapeva già. Un segreto di Dostoevskij però ai miei occhi resta sigillato. Ed è la sua capacità di spremere il comico anche dalle situazioni più tragiche, così come scorgere una superiore forma di tragicità anche nel comico. Che invidia!

Qual è il rapporto tra il bene e il male?

Il rapporto tra bene e male è che l'uno si rivela a noi sempre e soltanto in rapporto all'altro, mai da solo, mai allo stato puro. Il bene non è se non superamento e vittoria sul male. Il male non è se non finzione di bene. Il bene allo stato puro è bamboleggiamento angelico. Il male allo stato puro è furia demoniaca. E queste non sono cose per noi.

E tra bello e brutto?

Lo stesso vale per il rapporto tra bello e brutto.

Esiste il tempo? Se sì, che cos’è?

Partiamo dalle due classiche definizioni del tempo, quella platonica e quella aristotelica: per Platone il tempo è l'immagine mobile dell'eterno, mentre per Aristotele il tempo è la misura del movimento secondo il prima e il poi. Chiediamoci: il tempo è in rapporto soltanto con sé stesso, come vuole Aristotele, o non è invece in rapporto con l'altro da sé, con l'eterno, come vuole Platone?

La filosofia è nella poesia o il contrario?

Una poesia che non pensa la lascio agli allocchi, una filosofia impoetica sai che noia.

L’uomo, per Severino, è un re che si crede mendicante. Per lei?

Se per Severino l'uomo è un re che si crede mendicante, per me è un mendicante che si crede re.

Ha fatto dialogare in un campo di sterminio Celan e Heidegger per comprendere cos’è la verità o per altro?

Ho fatto dialogare Heidegger e Celan per mostrare come la verità possa essere tutto e al tempo stesso nulla. Una volta che è stato detto tutto quel che c'era da dire, è proprio il non detto a custodire il messaggio più prezioso e anche più vero.

A chi tocca l’ultima parola sulle cose…ultime?

L'ultima parola sulle cose ultime tocca alle cose ultime. Se non alle cose ultime stesse, a chi? Toccasse a me, o a chiunque di noi, magari anche all'ultimo uomo al mondo, facile immaginare che saremmo zittiti tutti quanti.

Una volta l’Europa, per molti, era principio-speranza. Oggi?

Forse l'Europa è destinata a diventare, da principio-speranza che era, principio-disperazione. Sempre che ci sia ancora qualcuno capace almeno di disperare dell'Europa e non lasciare che quell'ideale sia cancellato dai nuovi imperialismi o dai vecchi nazionalismi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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