cerca

Søren Kierkegaard,
coscienza inquieta

Il grande filosofo attraversato dalle “letture” di Cantoni e Fabro, un estraneo al nostro tempo che appare inattuale, mentre è straordinariamente attuale: parola di Giovanni Reale

 

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

5 Dicembre 2018 alle 08:58

Søren Kierkegaard,coscienza inquieta

Søren Kierkegaard

Ritrovarmi con Le grandi opere filosofiche e teologiche di Søren Kierkegaard, con la traduzione e l'introduzione di Cornelio Fabro e la prefazione di Giovanni Reale, nella Collana Il pensiero occidentale di Bompiani, vuol dire riaprire anche La coscienza inquieta. Søren Kierkegaard, il capolavoro che Remo Cantoni dedicò al filosofo danese nel 1949. Il libro, 1200 lire, è davanti a me ora e sempre. Nel senso che non riesco a separare Kierkegaard da Cantoni, tanta è la grandezza del primo e del secondo, la grandezza del primo colta e felicemente restituita dal secondo. Siamo nel territorio de La malattia mortale. Esclama Kierkegaard: «Ah se si vede uno che assicura di aver compreso completamente come Cristo andava per il mondo in forma di un servo umile, povero, disprezzato, schernito, come dice la Scrittura: lasciandosi sputare addosso; quando vedo lo stesso uomo rifugiarsi così premurosamente in un posto dove si sta bene e stabilirsi là nella posizione più sicura, quando lo vedo, con un’ansietà come se si trattasse della vita, evitare ogni soffio di vento avverso da destra e da sinistra, così felice, così arcifelice, così estremamente lieto – perché non ci manchi niente: così estremamente lieto che persino ne ringrazia Dio con commozione – di essere sotto ogni aspetto onorato e stimato da tutti: allora dico spesso a me stesso e fra me stesso: “Socrate, Socrate, Socrate, è possibile che quest’uomo abbia compreso quanto dice di aver compreso?”».

Commenta Cantoni: «L’abisso tra la disperazione della vita quotidiana e la concentrazione spirituale, che richiede un atteggiamento veramente religioso si approfondisce sempre più. Nella sintesi di finito e infinito, il primo termine, oggetto dell’estetica, perde sempre maggior terreno. La maggior parte degli uomini pare a Kierkegaard incoerente, immediata, puerile». Scrive il filosofo danese: «La loro vita, condotta in una certa ingenuità infantile, amabile, o in una certa ciarleria, consiste in questa o in quest’altra cosuccia, in qualche azione, in alcuni avvenimenti: ora fanno qualcosa di buono, ora invece qualcosa di pazzo, e poi cominciano da capo; ora sono disperati per un pomeriggio, forse anche per tre settimane, ma poi diventano di nuovo allegri, e ora sono un’altra volta disperati per un giorno. Essi, per così dire, fanno la loro parte nello spettacolo della vita, ma non arrivano mai a mettere a repentaglio tutto per una sola causa, non riescono mai a comprendere che cosa sia un’infinita coerenza in sé stessa. Perciò si parla fra di loro sempre soltanto di fatti singoli, singole azioni buone, singoli peccati».

Interviene di nuovo Cantoni: «Questi uomini non hanno da perdere niente di totale perché la loro incoerenza interiore li mette nella condizione di poter perdere e conquistare soltanto cose singole e frammentarie. L’esistenza non autentica di Heidegger è interamente fondata sulla critica kierkegaardiana della frivolità ciarliera dell’uomo che ha venduto la propria anima al mondo. In Kierkegaard la critica è rivolta contro la coscienza che ha ridotto a superficialità e frivolezza il cristianesimo: in Heidegger lo stesso movimento critico è riportato in chiave religiosamente agnostica. L’uno e l’altro polemizzano contro la banalità della vita quotidiana, ma il movimento religioso, esplicito in Kierkegaard, è in Heidegger velato ambiguamente. Nell’una e nell’altra filosofia si perviene all’intimità della coscienza salvata dal naufragio nella pubblica opinione. Ma l’intimità di Kierkegaard è ricca di valori religiosi, mentre quella di Heidegger si nutre della propria disperazione e della propria miseria».

Non vi sembra meraviglioso? Inter mirifica. Sono parole e interpretazioni meravigliose, come quelle di Reale e Fabro all’interno dell’opera Bompiani. Kierkegaard, essendo un classico, non smette di raggiungerci e di parlarci. Scrive Reale: «L’”estraneità” di Kierkegaard al nostro tempo potrebbe far pensare alla sua “inattualità”. E invece il suo pensiero è di una “attualità” straordinaria, proprio per il suo dirompente contrasto con le comuni convinzioni di oggi. Infatti, il contrario richiama dialetticamente il proprio contrario, soprattutto quando i mali spirituali sono giunti al limite, come oggi. Queste pagine di Kierkegaard contengono, infatti, un antidoto veramente efficace e una terapia assai forte contro la crisi dell’uomo odierno».

Kierkegaard, secondo Fabro, è “Giano bifronte” ma «la sua vita è la fedeltà a una idea». Fabro, uno dei più grandi studiosi del secolo scorso, maestro di Reale nell’Università Cattolica di Milano nel 1957, traduttore e interprete del pensiero kierkegaardiano, aggiunge: «Chiunque si risolve ad avvicinare direttamente i testi originali della produzione kierkegaardiana avverte subito che si tratta qui di un’attività letteraria di un tipo singolare che non trova riscontro in nessuna letteratura. Si tratta di un giro di pensiero che elude gli schemi di qualsiasi scuola filosofica o teologica: è un’impressione di sgomento come di fronte a una montagna irta e impervia senza sentieri o nel turbinare di una tempesta dove sembra venga a mancare ogni punto di riferimento».

Ma Fabro, la montagna irta e impervia l’ha affrontata e l’enigma di Kierkegaard ha esaltato le sue doti, capace di districarsi tra la complessità della produzione letteraria, il pensatore che opera per la ripresa del realismo cristiano, le linee fondamentali della sua ermeneutica, il suo destino, la sua missione. Chiude Fabro: «Senza dubbio Kierkegaard è e resta un “Giano bifronte”: nel suo spirito convivono contrasti a tutti i livelli, come forse mai in nessuna coscienza di scrittore e di mistico. Di qui tutto il gioco complesso della comunicazione diretta e indiretta, gli arabeschi affascinanti degli Pseudonimi, lo scintillio poetico e le subitanee commozioni dei Discorsi edificanti, i monologhi del Diario a tutti i livelli della coscienza: dall’avvertenza gioiosa o dolente dei piccoli casi quotidiani, alle riflessioni sui problemi supremi della vita e del pensiero e sulle crisi della vita politica e religiosa di un’Europa fremente di rivoluzione che non poteva lasciare indenne il “piccolo paese” di Danimarca. Per questo con Kierkegaard non bisogna mai puntare in una sola direzione: quella di esteta, di moralista, di speculativo o di religioso… e neppure di conservatore, e lo era certamente malgrado le apparenze contrarie, come neppure di progressista e lo era al livello più alto dello spirito»

Non vi sembra meraviglioso? Inter mirifica. Sono questi i grandi interpreti che continuano a far vivere i grandi filosofi. Salgono, con l’umiltà della pulce, sulle spalle del gigante e con il gigante vivono invitando noi, che siamo meno della pulce, a fare altrettanto.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Dicembre 2018 - 15:03

    Racconti, di Corrado Augias.”Perché abbiamo bisogno di filosofia” Asserzione encomiabile. Dipanandola si afferra il significato: “Primun philosophari deinde vivere” Certamente, l’esercizio del pensiero, l’amore per la conoscenza, la ricerca del capire “Chi siamo, cosa ci stiamo a fare”, sono sfide intellettualmente affascinanti e avvincenti. Da Talete di Mileto, 650 a.c , a Diego Fusaro, 2018, le menti più eminenti vi hanno dedicato la loro vita. Allora? Bellissimo! Senz’altro, c’è una costatazione, non una critica da fare: non è mai scaturito da questo immenso philosophari, un’idea, un progetto, un constructum, che fosse, se non molto genericamente e mutevole, unitariamente utilizzabile per il “deinde vivere”. La vacca vita boia quotidiana di miliardi di umane persone, preferisce, aspira a “primum vivere”. Sennonché il “primum vivere” ciascuno lo declina a modo suo. In perfetta sintonia coi filosofi che hanno sempre declinato il “philosophari” ciascuno a modo suo.

    Report

    Rispondi

Servizi