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Adriana Cavarero,
Platone e noi

Era giunto il momento di raccogliere, di mettere tutto insieme, di far vivere il filosofo ateniese di Cavarero come un unicum. Raffaello Cortina ha compiuto un’operazione perfettamente riuscita

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

5 Ottobre 2018 alle 22:47

Adriana Cavarero,Platone e noi

Adriana Cavarero

Non suoni enfatico il termine evento per il libro di Adriana Cavarero, Platone, che Raffaello Cortina, editore intelligente, ci propone con la cura di Olivia Guaraldo. Non era passato inosservato neppure Inclinazioni. Critica della rettitudine, piccolo gioiello del 2014 per lo stesso editore, ma sono passati tanti anni dal 1974, l’anno di Dialettica e politica in Platone, edito da Cedam, unico libro di Cavarero sul filosofo ateniese. Eppure, in questi decenni la filosofa nativa di Bra non ha mai abbandonato il suo riferimento, il suo oggetto di studio, il suo compagno di viaggio. Lo ha coltivato scrivendo saggi, partecipando a conferenze, insegnando nelle più prestigiose università internazionali: Warwick, Santa Barbara, New York, Berkeley e Harvard. Era giunto il momento di raccogliere, di mettere tutto insieme, di far vivere il Platone di Cavarero come un unicum. Operazione perfettamente riuscita. Se la stoffa è di alta qualità, Platone, e la sarta, Cavarero, ha indubbie qualità, il vestito non può non avere pregevole fattura. Scrive Guaraldo: “Uno dei saggi qui raccolti, La Musa invidiata: Platone contro Omero, può fungere da buon inizio per introdurre il volume e per gettare un primo sguardo sul lungo e intricato rapporto che Adriana Cavarero intrattiene con il filosofo di Atene. Il saggio esce in inglese nel 2002, nel libro collettaneo Cultivating the Muse: Power, Desire, and Inspiration in the Classical World, edito da Oxford University Press. La sede editoriale prestigiosa segnala due elementi interessanti per inquadrare la figura intellettuale della nostra autrice. Il primo è che uno dei vertici accademici del mondo dell’antichistica riconosce definitivamente in Cavarero un’affidabile specialista di Platone. Il secondo è che, alle spalle di tale riconoscimento, c’è lo straordinario successo seguito alla pubblicazione in lingua inglese di Nonostante Platone”.

Ci sono filosofi che durano lo spazio di un mattino e altri eterni. Quelli che scadono a mezzogiorno e quelli che non scadono mai. Quelli che parlano qualche oretta e quelli che parlano per sempre, che dicono su ieri, oggi e domani restando attuali in ogni istante. È la storia dei classici, degli immortali. Non conta se hanno ragione o no, conta il grado di apertura mentale, la consapevolezza, le energie che riescono a sprigionare in chi legge. Basta soffermarsi sul primo saggio, Platone e la democrazia, per capirlo. Scrive Cavarero: “La maggioranza è per Platone perversa nella misura in cui essa pensa di aver realizzato la sua natura nella soddisfazione dei bisogni necessari alla sua sopravvivenza e di poter raggiungere la massima felicità nella soddisfazione dei bisogni superflui. In altre parole, essa è perversa nella misura in cui gli individui che la compongono sono incapaci di riflettere sul significato autentico della loro esistenza e sono pronti ad applaudire chi a essi fornisca un’immagine di sé immediatamente piacevole”. Non è attuale? E del seguente passo, contenuto all’interno di Tecnica e mito secondo Platone, che mi dite? “L’arte politica, che pure è la più importante, differisce almeno in questo dalle altre tecniche: nessuno presume di essere un calzolaio, né può persuadere altri a proposito, se non sa fare le scarpe, mentre il mestiere di politico può essere invece contraffatto. Non si tratta allora di rintracciare nella polis l’uomo politico ma di stabilire come egli dovrebbe essere”.

Perdersi tra rappresentazione e restituzione dell’immagine, attraversare i barlumi di interiorità presocratica, affrontare Diotima con la sensibilità femminile, consentono a Cavarero di cogliere le fasi pregnanti di un pensiero antico e nuovo: “Diotima, donna, è sapiente di un sapere che corrisponde appunto a uno dei punti più significativi della genuina dottrina platonica. Diotima parla le parole di Platone: la filosofia come Eros e ascesi conoscitiva, come contemplazione dell’idea attraverso il desiderio della bellezza immortale. Dunque, non c’è traccia di misoginia. Anzi, Platone sceglie una donna come maestra di verità”. Non è un caso se il capitolo su Diotima sia il più sentito, il più intenso. Mostra i caratteri della passione razionale, della studiosa che partecipa attivamente restando studiosa, indagatrice di un pensiero suggestivo.

C’è un’altra donna che viene posta, se posso dire, di traverso, a sottolineare una diversità, a evidenziare una differenza. È Hannah Arendt. Siamo sul terreno della teoria e della politica nella Repubblica di Platone. Argomenta Cavarero: “Che Platone, il filosofo delle idee, sia il padre della metafisica è ormai diventato un luogo comune del pensiero contemporaneo. In questo senso, analitici e continentali sono sintomaticamente d’accordo. Che egli sia anche il padre della filosofia politica, anzi, della filosofia politica intesa come disciplina che contribuisce a spoliticizzare la politica, è pero un tema al quale pochi si appassionano. Fa eccezione una pensatrice politica del tutto anomala e originale nel contesto del secondo Novecento: Hannah Arendt. Allieva di Heidegger, Arendt sa per certo quanto sia decisiva, nella storia della grecità e, perciò, dell’Occidente, la posizione di Platone. Al contrario di Heidegger – o forse contro di lui – intuisce però crucialmente che lo snodo fondamentale della dottrina platonica è la subordinazione della politica alla teoria”.

Anche nel finale, Per un’archeologia della post-verità, Cavarero mette in dialogo e in confronto serrato Platone e Arendt, dove il primo vede un vigoroso bestione, la seconda vede una pluralità che interagisce, quindi “assistiamo una sorta di ingestibile contrapposizione o, forse - questa è la mia tesi conclusiva -, a una tensione radicale che, facendo collidere due filoni concettuali polarizzati, rivela il nucleo problematico della democrazia” e chiude  restando su questa tensione, su due vocabolari politici contrastanti: “Uno pone i molti, la massa, la folla dentro una preoccupante catena concettuale, l’altro invece associa la vecchia e formidabile parola ‘popolo’ al termine ‘pluralità’. Penso che le nostre considerazioni su verità e politica, menzogna organizzata e resistenza collettiva, se non la nostra stessa concezione della democrazia nell’era della post-verità, siano catturate nella complessità teorica di questa tensione. Nella misura in cui consideriamo ‘libertà’ una parola significativa per il vocabolario politico contemporaneo, dobbiamo con urgenza affrontare questa complessità. Nella misura in cui ci definiamo democratici, non solo è nostro compito ma nostra responsabilità storica, proprio in questo momento, mettere in discussione – nel senso di investigare, porre domande, esaminare – i fondamenti della democrazia e riflettere sul lessico politico l’immaginario nel quale siamo immersi”. Con l’aiuto di Platone, di Cavarero, di scritti introvabili e mai apparsi in italiano, di un formidabile inedito, di un libro importante per forma e sostanza, che rendono vitale la filosofia, il pensiero, la politica. Il pensiero della politica.

 

 

 

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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Commenti all'articolo

  • riflessivo

    30 Ottobre 2018 - 18:06

    Parte 2/2. Marx attribuisce all'esser cosa di una cosa un senso metastorico, quindi un senso indipendente dagli apporti della cultura, una condizione naturale eterna. Riflettiamo su questo concetto.E' logico pensare che questo senso della cosa è invece proprio il modo in cui a un certo momento della storia è stato inteso il senso "dell'esser cosa di una cosa" E questo senso non è metastorico ma deriva dalla concezione filosofica dei greci che a partire da Platone hanno pensato il significato dell'esser cosa di una cosa. Quindi riferendoci al concetto marxista dei due livelli: 1)struttura, rapporti di produzione, 2)sovrastruttura, le idee, i concetti, appare chiaro che non solo la filosofia di Marx ma tutta la filosofia successiva a Platone, si fonda sulla concezione dell'esser cosa di una cosa stabilita una volta per tutte da Platone, concezione che costituisce realmente il terzo livello originario, "il sottosuolo da cui trae origine tutta la civiltà occidentale".(E.Severino)

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  • riflessivo

    30 Ottobre 2018 - 18:06

    Parte 1 di 2 - Perché l'occidente è la Repubblica fondata da Platone? Partiamo da Marx che dice che a determinare il modo di pensare di una data società è il modo in cui una società produce e lavora. Ma marxnel libro I del Capitale definisce il lavoro come struttura dei momenti semplici, quindi il modo in cui lavora il selvaggio l'operaio sotto padrone nella società capitalistica, però Marx stesso parla di condizioni naturali eterne dell'esistenza dell'uomo - in qualsiasi epoca storica, il lavoro si realizza sempre secondo un certo schema. In sintesi Marx afferma che la struttura del lavoro è un'attività conforme allo scopo, è una "zweckmassige Tatigkeit" che ha come oggetto generale, come cosa(Ding) a cui riferirsi, la "terra" che ha lo scopo di rompere il "nesso immediato" in cui si trovano le cose. Il lavoro traduce in realtà ciò che è gia presente idealmente nella testa del lavoratore. Il lavoro, quindi, è la volontà di realizzare uno scopo, una cosa già presente idealmente. %

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  • riflessivo

    10 Ottobre 2018 - 18:06

    Platone è il seminatore dell'occidente. L'occidente è la Repubblica fondata da Platone.(Emanuele Severino)

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