cerca

Il genio di Pessoa,
tra inquietudine e veleno

Harold Bloom lo ha inserito tra le "cento vite esemplari", Marcello Veneziani tra i "cento ritratti di maestri sconvenienti". È "il poeta che abdicò alla vita". In mancanza della letteratura, ha trasformato sé stesso in una letteratura

Davide D'Alessandro

Email:

filosofeggiodunquesono@gmail.com

16 Dicembre 2017 alle 01:03

Il genio di Pessoa, tra inquietudine e veleno

Pessoa in un murales per le vie di Lisbona

Ad Antonio Tabucchi dobbiamo anche la scoperta di Fernando Pessoa, di averci portato dentro casa i tanti Pessoa che si rivelano attraverso gli eteronomi: Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro; e di un semieteronimo, Bernardo Soares, il più aderente alla personalità di Pessoa, che in Il Libro dell’Inquietudine, per Marcello Veneziani in assoluto fra i capolavori del Novecento, svela: «Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come la droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe còlte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri neri trovati vicino alle tombe […], lunghe foglie di alberi osceni che aggirano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima. Sì, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare». Pessoa-Soares dice anche di aver «vissuto tanto senza avere vissuto! Ho pensato tanto senza aver pensato! Mondi di violenze immobili, di avventure trascorse senza movimento, pesano su di me. Sono stanco di ciò che non ho mai avuto e che non avrò, stanco di Dèi che non esistono. Porto con me le ferite di tutte le battaglie che ho evitato. Il mio corpo è dolorante per lo sforzo che non ho nemmeno pensato di fare».

Veneziani si trattiene dal citare suoi passi, «fra i tanti da me sottolineati, che splendono di una luce triste ma acuta, effondono la melanconica bellezza della verità, l'inutile balenare davanti ai suoi occhi sconsolati. Asceta lievemente autistico di una religione a misura d'individuo, per mondi solitari». Un poeta che abdicò alla vita è il titolo del suo profilo in Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti.

Se il genio, per Harold Bloom, è «l’aspirazione allo straordinario e al trascendente che, magari senza saperlo, coltiviamo dentro di noi e che alcuni individui hanno saputo realizzare con le loro opere», non è un caso se Pessoa figura tra le cento vite esemplari scelte dal grande critico americano. Scrive Bloom: «Il primo elemento stupefacente in Pessoa è il suo nome, che significa “personaggio” o “maschera”, e può dar conto della sua convinzione di discendere da conversos, motivo per cui fa del mio eteronomo preferito, il fiammeggiante Álvaro de Campos, un ebreo portoghese. Lo preferisco agli altri eteronomi, incluso lo stesso Pessoa, perché estende la proiezione dell’io di Canto di me stesso: “Walt Whitman, americano, uno dei duri” che è anche un Kósmos. Il vero me stesso, diventa il pastorale Alberto Caeiro, mentre la sconosciuta anima whitmaniana sembra trovar posto nell’epicureo Ricardo Reis. Questo permette a “Fernando Pessoa” di mantenersi al di fuori delle tre mediazioni psichiche di Whitman ma non riesce a riscattare la sua poesia dalla grande angoscia di contaminazione che il suo genio comunica invariabilmente a coloro che sono venuti dopo di lui».

Bloom riconosce che «solo il Portogallo, vestigia di un impero, avrebbe potuto dar vita a Pessoa. Il suo talento era enorme e le sue strategie brillanti, ma io mi domando se davvero sia stato il Whitman o l’Hart Crane della sua nazione. Avrebbe potuto fondere le sue alterne identità poetiche, se ci avesse provato? Gli eteronomi sono un’invenzione meravigliosa ma emergono dal fardello del ritardo, dall’ombra di Walt Whitman. Tuttavia è giusto concedere a Pessoa l’ultima parola in merito a questo». E Pessoa non delude: «Con la mancanza di letteratura che c’è al giorno d’oggi, cosa può fare un uomo dotato di genio se non trasformare autonomamente se stesso in una letteratura? Con la mancanza di persone con cui si possa coesistere al giorno d’oggi, cosa può fare un uomo dotato di sensibilità se non inventarsi degli amici, o almeno dei compagni intellettuali?».

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi