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Patrizia Tocci, tra finito e infinito

Al Festival dei Libri e Altre cose, a Pescara, parlando di “Nero è il cuore del papavero”, un testo che ha il potere di riconciliarci con la scrittura e la vita, perché la scrittura è vita

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

9 Novembre 2017 alle 20:57

Patrizia Tocci, tra finito e infinito

Patrizia Tocci. Foto di Domenico Logozzo

Sono stato ospite al FLA, Festival dei Libri e Altre cose, rassegna di autori, eventi, personaggi, che animano la vita culturale italiana. Ho dialogato con l’autrice, davanti a un pubblico attento e interessato (senza uno squillo di telefonino, ed è una notizia), di un libro che ha il potere di riconciliarci con la scrittura e la vita, perché la scrittura è vita. Un libro che sta conquistando lettori nel modo più sano, con il passaparola, senza il bombardamento mediatico delle grandi case editrici. Chi lo legge avverte il bisogno di scriverne e di parlarne, di trasmetterne il messaggio. Lo sa bene Patrizia Tocci che in Nero è il cuore del papavero (Tabula fati edizioni, curate con passione da Marco Solfanelli) narra un mondo finito e infinito, un mondo che non c’è più ma, se lei ne scrive, c’è ancora e sempre ci sarà. Resterà scolpito in queste pagine, dove nero è anche il cuore della nostalgia, perché ha un cuore la nostalgia, come l’ombra che ti segue, da mane a sera e, in fondo, ti tiene compagnia.

Ho udito, penso a Umberto Piersanti, chiamare per nome ogni singolo fiore e ogni singola venatura di quel fiore, ho amato i prati d’Urbino perché un poeta si è tuffato e rivoltato su quei prati, distinguendo l’erba buona e la cattiva, la dolce e l’amara, la madre e la matrigna. L’ho detto a Patrizia. Dev’essere fiera di aver disegnato un incanto, di aver fatto vivere e rivivere ciò che non può più vivere. Il mondo cambia, muta, cede il passo a chi è più veloce, a chi corre senza sapere dove. Cambiano gli scenari e mutano i paesaggi, ma l’uomo resta, con la sua bisaccia, carica di ieri e di domani, e s’interroga se s’interroga. Resta anche il papà di Patrizia, Ferdinando-Fernando-Nando, simbolo di un fare e di un essere (più di un essere che di un fare, di un essere che si è costruito facendo), andato perduto, simbolo di una vita sofferta, spesa, patita, ma vissuta sulla terra, dentro la terra, arando la terra e l’anima, come ti arano l’anima queste pagine intense, per dirla con Paolo Rumiz, che ha firmato una prefazione di notevole significato.

C’è una piega dolorosa che t’accompagna, pagina dopo pagina. È il risvolto di un motivo che non ha motivo di essere liscio, piatto, privo d’increspature. C’è un vuoto che t’accompagna, pagina dopo pagina. È il vuoto che la scrittura riempie o s’illude di riempire. Ma siamo ancora qualcosa senza illuderci? Siamo ancora qualcosa se guardiamo il cuore nero del papavero e pensiamo sia soltanto un papavero? C’è un’onda che t’accompagna, pagina dopo pagina. Forse ha soltanto voglia di condurti a riva. Ma esiste la riva? E se anche la riva fosse un’illusione?

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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