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Entriamo con Cantoni nel Castello di Kafka

La lezione insuperata del filosofo italiano: l’unico modo per accostare l’opera del genio praghese è non possedere la verità.

Davide D'Alessandro

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filosofeggiodunquesono@gmail.com

11 Ottobre 2017 alle 11:09

Entriamo con Cantoninel Castello di Kafka

Franz Kafka. Foto tratta da wikipedia

Se la filosofia incontra la letteratura, se il filosofo si chiama Remo Cantoni e l’opera letteraria è quella kafkiana, può compiersi il miracolo. In tanti hanno provato ad accostare i romanzi, i racconti, le favole, gli aforismi, i frammenti di Kafka (penso persino all’introspezione psicologica di Aldo Carotenuto), ma nessuno come Cantoni è riuscito a entrare nel suo Castello, aprendo la porta con le proprie chiavi, mirando, rimirando e restituendoci il disagio, il vuoto a strapiombo sull’abisso dell’anima. Chinarsi sulla pagina di Kafka, rinvenirvi ciò che altri hanno trascurato o, peggio, non visto, è la cifra di un filosofo autentico che indaga lo spaesamento, l’illusione, l’ingenuità, la colpa, il destino, la tenerezza, la caduta. E la grazia attesa. E il mistero. E il suggerimento di “abdicare all’umanesimo e alla storia, di rimettere in mani non umane la nostra sorte”, poiché la volontà e la ragione dell’uomo poco possono, intrise come sono di debolezza e precarietà.

 

 Che cosa può un filosofo? A quali strumenti ricorre per interpretare un pensiero, per discernere una trama, per valutare un’esistenza? Intanto, ascolta, lascia parlare, lascia dire chi ha da dire: “Alcuni critici abbracciano il loro autore con una stretta che lo soffoca. Non lo lasciano parlare e non sono disponibili per l’ascolto di ‘ciò che ha veramente detto’. Io ho cercato di lasciar parlare Kafka senza sovrappormi alla sua voce”. Neanche Socrate si sovrapponeva. Lasciava parlare. E Kafka, ad ascoltarlo, ha tanto da dire, non smette di dire. Per una ulteriore prova, basta riaprire Franz Kafka e il disagio dell’uomo contemporaneo, il libro di Cantoni edito nel 2000 da Unicopli, con una illuminante nota introduttiva di Carlo Montaleone, e rileggere i saggi più importanti sull’universo kafkiano, dove i conti non tornano mai, dove il sogno si scontra con la dura pietra di una realtà angosciante, dove le note d’ombra declinano in tragedia, dove la biografia, per quanto importante e incidente, non va confusa con la creazione di un genio.

 

 Cantoni ha il merito di aver liberato Kafka dalle pesanti sovrastrutture nevrotiche, cliniche, psicoanalitiche, sociologiche e allegoriche. Se davanti alla legge c’era e c’è ancora un guardiano, davanti a Kafka, davanti alla pagina di Kafka c’è un uomo privo di certezze e verità, perché “chi ama le risposte perentorie e apodittiche, chi già possiede la verità, chi disdegna la ricerca lunga, problematica e paziente, chi non medita sul significato della vita e della morte, chi ha già concluso insomma sul bene e sul male, sui mezzi e sui fini, può non leggere Kafka”. Kafka ha potuto leggerlo Cantoni e possiamo cercare di leggerlo noi, purché si resti fedeli alla sua insuperata lezione. Anche Kazuo Ishiguro, neo vincitore del Nobel, ha letto Kafka, tanto da dichiarare dopo l’annuncio: “È lo scrittore che ha aperto molte possibilità, tecnicamente e tematicamente: noi romanzieri dovremmo prestargli più attenzione, io ho cercato di farlo in molti miei lavori”. Evidentemente, l’ha letto nel modo giusto. Come Cantoni. Senza possedere la verità.

Davide D'Alessandro

Davide D'Alessandro

Saggista e consulente filosofico. Scrivo libri (i più recenti: Intervista a Machiavelli, con Antonio De Simone, La vita del potere, Potere & Morte. Le matite di Canetti, Morlacchi Editore), scrivo sui libri, sui loro autori, per interpretare e trasformare. Filosofeggio dunque sono.

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