Esteri
Potenze vulnerabili •
Washington ha meno missili, Pechino meno generali. Le fragilità dietro il vertice Xi - Trump
Arsenali americani svuotati dalla guerra nel Golfo, comandi militari cinesi indeboliti dalle purghe e obiettivi opposti sull’Iran: così il presidente cinese e quello americano arrivano divisi al summit di metà maggio
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Donald Trump e Xi Jinping (foto Getty images)
La guerra in Iran, formalmente sospesa da una tregua dichiarata un mese fa ma di fatto ancora attiva con scontri navali e attacchi aerei nella settimana appena trascorsa, ha reso visibile qualcosa che i bilanci della difesa e le esercitazioni navali tenevano nascosto: la distanza reale tra la potenza militare dichiarata delle due superpotenze, Cina e America, e quella effettivamente disponibile in un conflitto prolungato. Quella distanza, misurata in missili consumati, generali epurati e catene di approvvigionamento interrotte, è la variabile più rilevante che Donald Trump porta con sé a Pechino il 14-15 maggio: un limite strutturale che il suo interlocutore ha già misurato con precisione, non un argomento negoziale da spendere al tavolo. Il cessate il fuoco non cancella quel conto. Lo congela.
Settantatré giorni di campagna aerea in Iran hanno consumato, secondo stime provenienti dall’interno del dipartimento della Difesa americano, circa la metà delle scorte di missili da crociera stealth a lungo raggio e un volume di missili Tomahawk pari a circa dieci volte la produzione annua attuale. Le autorità americane non confermano le cifre, che vanno trattate con cautela. Ma il meccanismo sottostante è noto da anni in sede congressuale e sistematicamente ignorato nella pianificazione: la catena industriale della difesa americana non è dimensionata per ricostituire arsenali consumati a questo ritmo. Ricostruire le scorte pre conflitto richiede anni e la deterrenza convenzionale americana verso qualsiasi teatro secondario si assottiglia in proporzione diretta al numero di settimane in cui la campagna è durata.
Per l’apparato strategico cinese, questo dato ha un indirizzo preciso: Taiwan. La lettura emerge esplicitamente dal dibattito interno cinese, non da speculazione analitica esterna. La rivista teorica del Partito comunista, il Qiushi, ha scritto che il conflitto ha “prelevato in anticipo le risorse strategiche americane”. Yue Gang, colonnello in pensione dell’Esercito popolare di liberazione, ha dichiarato che la guerra ha “significativamente diminuito la capacità degli Stati Uniti di proiettare potere di combattimento”. Il Global Times, quotidiano cinese, ha parlato di un “gigante con una zoppia”. Quando tre voci distinte del sistema comunicativo cinese convergono sulla stessa lettura, dalla rivista dottrinale al tabloid nazionalista passando per un ufficiale in pensione, siamo di fronte alla latitudine del consenso interno a Pechino su una valutazione strategica che nessuno smentisce ufficialmente.
La logica che ne deriva è quella descritta da Amanda Hsiao e Bonnie Glaser su Foreign Affairs: la Cina non intende agire militarmente su Taiwan nel breve termine perché ritiene che il tempo lavori già a suo favore senza necessità di azione diretta, non perché l’obiettivo sia scomparso dall’agenda. La finestra di vulnerabilità americana aperta dalla guerra in Iran entra nel calcolo strategico di lungo periodo come aggiornamento dei rischi su orizzonti di cinque, dieci anni, non come opportunità per un’azione immediata. Xi non ha fretta. Ha settantatré giorni di prove empiriche del fatto che la pazienza produce risultati migliori dell’azione.
D’altra parte, le purghe che hanno investito l’Esercito popolare di liberazione negli ultimi tre anni hanno una portata che le analisi di routine sottovalutano sistematicamente. Decine di generali rimossi o scomparsi dalla scena pubblica. I vertici della Rocket Force, la componente che controlla i missili nucleari e convenzionali, sostituiti nel 2023 senza spiegazione pubblica. Due ex ministri della Difesa condannati la settimana scorsa a morte con sospensiva per corruzione. Il massimo comandante operativo, il generale Zhang Youxia, destituito all’inizio di quest’anno assieme al suo vice Liu Zhenli dopo essersi opposto a una nomina voluta da Xi. Al suo posto è stato elevato il generale Zhang Shengmin, commissario politico la cui carriera è costruita sull’indagine di altri generali, non sul comando di unità in combattimento.
La contraddizione che ne emerge è strutturale e non ha soluzione a breve termine: Xi ha costruito in tredici anni un esercito moderno con nuove portaerei, missili ipersonici e un arsenale nucleare in espansione, poi ha sistematicamente sostituito i comandanti operativi con inquisitori politici per garantirsi la fedeltà assoluta. Il risultato è un apparato militare tecnologicamente avanzato con una catena di comando ideologicamente purificata e operativamente inesperta. Daniel Mattingly di Yale, studioso della politica militare cinese, ha commentato: “Qualcosa di profondo è cambiato.” La prontezza operativa dell’esercito cinese potrebbe essere compromessa per anni dalla stessa campagna che Xi descrive come necessaria al suo rafforzamento.
La Rocket Force merita un’attenzione specifica perché è la componente che più direttamente riguarda la deterrenza verso Taiwan e verso le basi americane nella regione. Non è un dettaglio organizzativo: è la forza che controlla i missili balistici e da crociera convenzionali con cui la Cina potrebbe colpire portaerei americane, basi a Guam e a Okinawa, e infrastrutture taiwanesi nelle prime ore di una crisi. E’ la componente che rende credibile la deterrenza antiaccesso cinese, quella che dovrebbe convincere Washington che intervenire militarmente in uno scenario Taiwan ha un costo inaccettabile. Analisti occidentali interpretano la sostituzione dei vertici come una risposta alla scoperta di corruzione sistemica nell’acquisizione di componenti missilistici. Le informazioni sull’entità del problema operativo non sono state confermate ufficialmente. E’ confermata invece la sostituzione improvvisa dell’intera catena di comando, anomalia senza precedenti nella storia recente dell’esercito cinese, in un momento in cui quella componente dovrebbe essere al massimo della prontezza. Il problema non è soltanto tecnico. Una catena di comando purgata e ricostituita con ufficiali selezionati per fedeltà ideologica più che per esperienza operativa deve ricominciare da capo il processo di addestramento congiunto, di test delle procedure di lancio, di integrazione con le altre componenti delle forze armate. Questi processi richiedono anni. Nel frattempo, la credibilità della deterrenza cinese su Taiwan dipende in parte da una forza il cui reale stato di prontezza è, per ammissione implicita di Pechino stessa, incerto.
Il quadro che emerge è quindi quello di due potenze militari che arrivano al summit con apparati compromessi per ragioni opposte: arsenali erosi da una guerra ancora irrisolta da un lato, catena di comando purgata e Rocket Force di incerta affidabilità dall’altro. Nessuno dei due problemi si risolve con un comunicato congiunto. Quello che il summit può modificare è la percezione del rischio tra gli alleati regionali. Se Trump ammorbidisce la posizione su Taiwan, il segnale che arriva agli stati maggiore di Giappone, Corea del Sud e Australia non è diplomatico: è militare. Aggiorna il loro calcolo su quanto l’ombrello americano sia affidabile nel momento in cui conta. La geometria delle alleanze che protegge Taiwan è un bene più difficile da ricostituire degli arsenali, e si erode in silenzio, senza comunicati. Il rischio maggiore non è quindi uno scontro militare diretto, che nessuna delle due parti ha interesse a provocare in questa fase. E’ il logoramento progressivo della deterrenza americana in un teatro, quello indo-pacifico, che assorbirà le conseguenze della campagna iraniana per anni, tregua nominale o no. I missili consumati a Hormuz non torneranno nei silos prima che la prossima crisi si materializzi. I generali cinesi purgati non torneranno ai comandi. E il calcolo che Pechino aggiorna ogni giorno su quando e come le condizioni saranno sufficientemente favorevoli per affrontare la questione di Taiwan continuerà ad aggiornarsi, con più dati e meno incertezza di quanti ne avesse settantatré giorni fa. Sul dossier iraniano, nel frattempo, Trump e Xi arrivano al summit con obiettivi divergenti che nessun comunicato congiunto potrà nascondere a lungo: Washington vuole che l’Iran abbandoni il programma nucleare, Pechino vuole che il regime iraniano sopravviva abbastanza da potersi riprendere. Sono due end game incompatibili, e il summit di Pechino dovrà fare i conti con questa incompatibilità prima ancora che con i dazi sulla soia.




