Il nuovo imperialismo di Russia, Cina e America cambia le regole del mondo

Si è chiusa da tempo l’epoca delle ambizioni universalistiche, eppure gli stati nazionali oggi devono confrontarsi con un mondo dominato di nuovo da logiche imperiali. Tocqueville e altre lezioni

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11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:49 AM
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Xi Jinping e Vladimir Putin (foto Getty Images)

Alexis de Tocqueville, al quale dobbiamo il modo moderno con cui interpretare la democrazia, quando voleva studiare una nuova materia o conoscere un nuovo Paese, non leggeva libri, preferiva interrogare persone o studiare documenti. Visitò l’America, il Canada, l’Inghilterra, l’Algeria, la Germania, l’Italia e, grazie alla pubblicazione dei suoi appunti, possiamo capire come lavorava, il suo zelo, l’osservazione diretta della realtà, la raccolta delle testimonianze dei protagonisti, l’uso delle statistiche, il modo di ragionare e di scrivere, e anche di ritornare sulle sue opinioni e di contraddirsi. Aveva per abitudine di “rimontare alle fonti originali” (sono sue parole), sia attraverso colloqui e documenti, sia attraverso l’esame delle carte degli archivi amministrativi, attraverso giornali, brochure, lettere, corrispondenza amministrativa. Per scrivere L’Antico regime e la rivoluzione si trasferisce nei pressi di Tours per quasi un anno allo scopo di consultare il locale archivio e più volte cita l’esame dei documenti o li riporta abbondantemente (basta leggere, ad esempio, il quarto capitolo della terza parte dell’Antico regime e la rivoluzione, dedicato al regno di Luigi XVI). Si vale continuamente di corrispondenti ai quali pone domande; questa corrispondenza si estende a più Paesi e a molti temi, anche letterari, oltre che politici. Per questo viene considerato uno dei primi sociologi (P. Birnbaum, Sociologie de Tocqueville, Paris, PUF, 1970).
Questo modo di conoscere viaggiando è legato a un altro modo di svolgere il lavoro scientifico, quello indicato da Rousseau e da Nietzsche. Il primo scriveva: “Non posso […] meditare se non camminando: appena mi fermo non penso più e la mia testa funziona soltanto con i piedi in moto”. “Non ho mai potuto far nulla con la penna in mano, seduto a una tavola con un foglio davanti. Mentre passeggio fra le rocce e i boschi, […] allora scrivo nel mio cervello”. Il secondo consigliava: “Restare seduti il meno possibile, non concedere alcuna fede a un pensiero che non sia nato all’aria aperta e accompagnato da movimenti liberi […]. Solo i pensieri avuti camminando hanno valore” (ambedue citati in Alain Montandon, La passeggiata. Ritualità e divagazioni, Roma, Salerno Editrice, 2006, p. 98, 149 e 21).

Il passato si allontana

Viaggiare per conoscere, passeggiare per elaborare le idee e meditare sono consigliabili per comprendere i grandi rivolgimenti odierni del mondo, perché, come osservato da Francesco Benigno, La storia al tempo dell’oggi, Bologna, Il Mulino, 2024, p. 8, 11, 15, 17, 19, 23 e 27, “in breve, passato, presente e futuro si sono come allontanati tra loro: il passato fa fatica a spiegare il presente e il presente non appare in grado di indicare un futuro possibile, migliore”. “Mentre a lungo ha dominato l’asse tra crescita economica, stato assistenziale e progresso civile e democratico, da un certo momento in poi questo insieme si è come scomposto”. “Questi cambiamenti hanno comportato necessariamente una diversa visione del passato, che si è come disancorato dal presente”. Vi è “una presa di distanza dal moderno, avvertito come un mondo ormai passato, trascorso, e perciò separato dal presente”. “L’epoca dell’industrialismo e della fiducia nello sviluppo senza limiti dello Stato nazionale e del welfare, di un mondo collettivo in cui tanto i gruppi sociali quanto quelli politici erano ben riconoscibili (sulla base di un riferimento alla loro posizione economica, a un diritto interamente sussunto nella legge, a una concezione strumentale della natura e del corpo), si è per così dire consumata”. La crisi dell’identificazione del diritto con la legge e della comunità politica con la statualità “ha comportato la caduta della centralità dello stato come unico e indiscusso soggetto sovrano. Si è giunti così alla scoperta che al suo posto la democrazia ha dato luogo a quella che è stata definita una poliarchia, una molteplicità di poteri che reclamano sempre maggiore autonomia. La tradizionale distinzione tra società politica e società civile si è fatta imprecisa, come più incerta è divenuta la definizione dei poteri pubblici e persino dei concetti di interesse generale e di bene pubblico”.

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Dagli imperi agli stati

Che cosa caratterizza l’odierna condizione del mondo? L’elemento principale è costituito da un duplice passaggio. Da un lato, si è chiusa la vicenda bimillenaria degli antichi imperi, al cui posto si erano affermati gli stati nazionali. Dall’altro lato, ora questi ultimi vengono posti in dubbio da nuovi tipi di imperi. L’impero romano si era costituito mediante conquista militare (anche se la forza militare veniva usata nell’interesse comune a vincitori e vinti). La sua espansione si era realizzata conservando i dati di base politici, era caratterizzata dalla mitezza, dal radicamento capillare nella società, dall’accoglimento nel proprio seno delle popolazioni vinte, dal favore mostrato rispetto ai commerci, dalla uniformità di principi giuridici, dall’efficienza del sistema normativo. Come osservato da Raffaele Romanelli (a cura di), Impero, imperi (una conversazione), Napoli - Roma, L’ancora del Mediterraneo, 2010, l’impero romano accentrava la forza militare e lasciava ai popoli consuetudini locali, a differenza da quelli successivi che hanno lasciato la forza nelle mani dei vassalli e il diritto in quello dei sovrani.
Con la dissoluzione e lo scioglimento del Sacro romano impero, alla perdita dell’universalità si sostituisce un sistema internazionale di stati, l’uno accanto all’altro, che prendono la responsabilità del governo del diritto all’interno, anche se all’esterno si espandono in forma composita. Quando all’interno dell’Europa vengono a morte gli imperi, si ricostituiscono imperi coloniali di cui l’Europa, in particolare Spagna, Austria e Inghilterra sono il vertice. L’impero spagnolo, quello austroungarico, quello inglese, sono monarchie composite, con diverse lingue e diversi sistemi giuridici. Quello inglese, in particolare, ricorrendo al sistema dell’“indirect rule”, poteva, con poche decine di migliaia di soldati e governatori locali, controllare centinaia di milioni di abitanti.
Gli ultimi due secoli, insomma, hanno visto il grande tentativo di rompere le ambizioni universalistiche (Rosario Romeo – in Richelieu. Alle origini dell’Europa moderna, Roma, Donzelli, 2018, p. 66 – osserva che la Germania per la sua politica universalistica finì per sacrificare la politica nazionale) e l’ecumenismo degli imperi per l’affermazione dei movimenti nazionali e degli stati, anche se hanno visto talora affermarsi stati senza nazioni e registrato le difficoltà di nazioni o comunità senza stati.
Un posto a sé è quello dell’impero russo, sul quale Angelo Panebianco ha scritto che “l’impero russo è figlio, prima di tutto, di una comprensibile ossessione per la sicurezza. Si calcola che nella fase formativa dello stato russo, fra il 1228 e il 1462, ci furono all’incirca 133 invasioni straniere e non meno di 90 conflitti armati fra i principati rivali nella sola Russia del Nord […]. Tra il 1470 e il 1550 il Granducato di Mosca raddoppia le sue dimensioni. L’impero continuerà ad ampliarsi nei due secoli successivi (da ultimo, con la spartizione della Polonia del tardo XVIII secolo). Nel 1462 il territorio sotto il governo russo è di circa 24 mila chilometri quadrati. Nel XIX secolo ha raggiunto i 22,4 milioni (quello ottomano, al suo apice, non supera il 6,2 milioni di chilometri quadrati). Nel 1900 l’impero russo copre un sesto delle terre mondiali […]. Alla fine del XVIII secolo la Russia contiene al suo interno non meno di 200 “nazioni” (etnie) […]. Nello stesso periodo i russi bianchi sono il 46 per cento del totale della popolazione dell’impero […] (Angelo Panebianco, Principati e repubbliche, Bologna, Il Mulino, 2024, p. 408).
Un’opera collettanea recente, quella di Thomas Martin e Andrew S. Thompson (eds.), The Oxford Handbook of the Ends of Empire, Oxford, OUP, 2024, contiene una analisi delle cause, dello svolgimento e delle conseguenze della fine degli imperi nel XX secolo. Gli scritti raccolti nel volume illustrano la portata globale della decolonizzazione, con capitoli che analizzano gli imperi dell’Europa occidentale, dell’Europa orientale, della Cina e del Giappone. Esaminano come la storia della decolonizzazione venga ripensata alla luce dell’ascesa della “nuova” storia imperiale, con la sua enfasi su razza, genere e cultura, oltre al più recente interesse per le storie della globalizzazione, la storia transnazionale e le storie delle migrazioni e delle diaspore, dell’umanitarismo e dello sviluppo, nonché dei diritti umani. Questo libro mira a identificare i processi e le somiglianze di esperienza che rendono la decolonizzazione un fenomeno storico unico e duraturo. Alla luce di decenni di studi storici e delle scienze sociali su modernizzazione, dipendenza, neocolonialismo, strutture di “stati falliti” e conflitti post-coloniali, la domanda che sorge è: “quando sono davvero finiti gli imperi?”. Il testo esplora il rapporto tra lo studio della decolonizzazione e quello della globalizzazione. Mette in relazione le storie dei mondi tardo-coloniali e post-coloniali e considera le eredità dell’impero nelle società europee e in quelle un tempo colonizzate.
Dei tentativi di unione sovranazionale regionale, quali l’Unione europea, il Mercosur, l’Asean, solo il primo ha avuto successo. Sull’Unione, Vittorio Emanuele Parsi ha scritto che “quando diamo sfogo alla delusione per l’insufficiente protagonismo europeo in Ucraina o Medio Oriente, dimentichiamo spesso come la costruzione dell’Unione abbia rappresentato il più grande successo dell’ordine internazionale liberale, reso possibile dall’egemonia americana sull’Occidente (di cui l’Europa unificata costituiva il secondo pilastro accanto agli Stati Uniti). Non dovrebbe stupire, allora, che essa sia in così grave difficoltà nel momento in cui l’America cerca di imporre brutalmente una revisione totale del concetto stesso di Occidente e della propria leadership, perseguendo un potere “senza limiti” e derubricando ad “accidente” la centralità costitutiva della dimensione liberal-democratica e la sacralità della rule of law” (Vittorio Emanuele Parsi, La Respublica europea come antidoto, in L’ombra degli imperi, “Aspenia”, n. 3/2025, p. 88; dello stesso autore, si veda anche Contro gli imperi. Il futuro delle nostre democrazie nel nuovo ordine mondiale, Firenze, Bompiani, 2026).

Il nuovo imperialismo

Per molto tempo abbiamo potuto dimenticare la guerra, ignorato le dittature, ma siamo nuovamente in un mondo dominato da logiche imperiali, quelle di Russia, Stati Uniti e Cina. Il primo ministro canadese lo ha detto: “Non è una transizione, è una rottura”.
La globalizzazione sviluppatasi durante l’ultimo cinquantennio ha tentato di mettere insieme gli stati, assicurando la cooperazione. L’Organizzazione delle Nazioni Unite si è sforzata di promuovere stati. Ma la cooperazione fra troppi protagonisti è diventata impossibile. L’eguaglianza di tutti i 193 stati che fanno parte delle Nazioni Unite si è rivelata puramente formale, irrealistica. Si è riproposto il problema di costruire un ordinamento sovranazionale e globale, multilivello. L’esempio è quello a cui si lavorò a Chicago nel 1945-1946, il Disegno preliminare di una costituzione mondiale (pubblicato nel 1948 con la presentazione di Thomas Mann, e presentato ai lettori italiani da Piero Calamandrei nel 1949 per i tipi di Mondadori, poi ripubblicato dalle Edizioni di storia e di letteratura, Roma 2013), quello cioè di un’assemblea federale e di un consiglio rappresentativo a livello universale, ma di un mondo suddiviso in nove collegi elettorali, per le grandi regioni del mondo. Un disegno importante, al quale partecipò lo scrittore e studioso italiano Giuseppe Antonio Borgese e che sembra suggerire la formula necessaria per i tempi moderni, quella di un ordinamento sovranazionale multilivello, in modo che le attuali nazioni si aggreghino all’interno di ordinamenti regionali e questi ultimi si aggreghino a livello universale, perché solo in questo modo si possono bilanciare le troppe differenze che vi sono nel mondo.
Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, Roma, Fazi Editore, 2026, pp. 486-487.
[…] “l’ordine mondiale del futuro sarà un ordine fondato su più civiltà e non sarà dominato da una singola nazione – che si tratti della Cina, dell’India o dei risorti Stati Uniti – né da un gruppo di paesi, che si tratti dell’Occidente, della Nato, dell’Ue o dei Brics. Ragionare del futuro dell’ordine mondiale, va detto, implica una certa dose di speculazione. Questo libro non sostiene che i cicli della storia seguano delle leggi. Non è mia intenzione proporre un ritorno al passato. Ma la storia – come quella che abbiamo qui ripercorso – può offrire strumenti utili per costruire un ordine mondiale migliore. Condivido quanto afferma lo storico asiatico Wang Gungwu: sebbene ‘la storia non si ripeta mai davvero’, essa ‘amplia la nostra comprensione di ciò che oggi è possibile e di ciò che potrebbe accadere in futuro’. Questo, aggiunge, ‘può in qualche misura aiutarci a prepararci a ciò che individui e società potrebbero compiere in avvenire’.

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Il periodo che precedette l’ascesa dell’Occidente, quando le vivaci civiltà dell’Islam, dell’India, della Cina, della Mongolia e dell’Africa occidentale plasmarono il destino di una vasta parte del mondo, costituisce un precedente per un ordine mondiale fondato su più civiltà. Certo, un simile ordine dovrà comunque adattarsi alle realtà del mondo contemporaneo, nel bene e nel male, dalle rivoluzioni nei trasporti e nelle comunicazioni al sempre maggior potenziale distruttivo della guerra, fino all’esistenza di istituzioni internazionali e reti non governative. Non è un compito facile – costruire un ordine mondiale non è mai cosa semplice – ma non è destinato al fallimento.
Pur non significando un ritorno al passato, l’ordine mondiale futuro sarà molto diverso da quello degli ultimi trecento anni. Non ci sarà una potenza globale dominante, né si tratterà di un mondo multipolare, in cui un manipolo di grandi potenze in competizione tra loro determinerà la sicurezza e l’ordine su scala globale. Sarebbe più corretto descriverlo, come ho osservato nell’introduzione, come un ‘multiplex globale’, in cui nazioni grandi, medie e alcune piccole ma innovative, insieme a individui che agiscono attraverso governi, imprese e gruppi della società civile sostenuti dai social media e impegnati in nuove forme di interdipendenza e interazione, contribuiranno a plasmare l’ordine mondiale”.