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Falchi, pragmatici e intelligence. Chi consiglia Xi Jinping sugli Usa
A pochi giorni dal vertice con Trump, ecco la mappa della politica estera di Pechino. Ma alla fine è sempre il Partito a decidere
11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:50 AM

Xi Jinping (Grtty images)
Negli ultimi dieci anni il rapporto tra Stati Uniti e Cina è cambiato radicalmente: da relazione fondata sull’interdipendenza economica a competizione strategica sempre più esplicita. Ma parallelamente, sotto la leadership di Xi Jinping, è cambiato anche il modo in cui Pechino elabora la propria politica verso Washington. E capire come si è trasformato il processo decisionale cinese è ormai indispensabile per interpretare l’evoluzione complessiva della relazione sino-americana. In un lungo paper pubblicato dall’Asia Society Policy Institute, Guoguang Wu, Senior Fellow del Center for China Analysis del think tank di Washington, parte da un principio che i funzionari cinesi ripetono ossessivamente: “Il Partito comanda gli affari esteri”. Xi Jinping ha istituzionalizzato questa supremazia elevando la Commissione per gli Affari esteri (Fac) a organo centrale di coordinamento della politica estera, di cui è egli stesso presidente.
Il braccio esecutivo è il Central office of Foreign affairs (Cofa), che Wu descrive come “perno istituzionale” dell’intero sistema: gerarchicamente superiore persino al ministero degli Esteri, il cui ministro – fino all’allontanamento di Qin Gang – era di rango inferiore al direttore del Cofa. Nel 2016 Xi ha lanciato il programma della cosiddetta “grande diplomazia”, che estende la condotta diplomatica ben oltre i canali ufficiali, coinvolgendo una rete vastissima di attori: università, ong, istituti di ricerca – tutti coordinati dal Cofa. Strutturalmente, scrive Wu, il sistema cinese di elaborazione della politica estera è ampio e coinvolge varie organizzazioni che producono anche analisi sugli Stati Uniti. Queste strutture si dividono in due grandi categorie: da una parte gli organismi di ricerca interni al sistema partito-stato, più influenti ma poco visibili e scarsamente indipendenti; dall’altra i think tank rivolti verso l’esterno, che si presentano come enti accademici o non governativi. “Le istituzioni di rilievo focalizzate sugli studi americani nella seconda categoria includono l’Istituto di Studi Americani (Ias) dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (Cass); il China Institute of International Studies (Ciss); l’Istituto di studi americani dei China Institutes of Contemporary International Relations; lo Shanghai Institute for international Studies” e poi “centri per gli studi americani in altre università di primo piano, tra cui Fudan, Nanchino e l’Università Renmin di Cina”.
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Molti di essi “sembrano essere organizzazioni accademiche e/o non governative”, scrive l’analista, “ma operano in un ambiente fondamentalmente diverso dalle concezioni occidentali della ricerca accademica o delle operazioni delle ong. Operano invece all’interno di quello che questo articolo definisce ‘il nesso partito-ricerca’, che riflette il principio di autorità del Partito sulla diplomazia”. Anche il potente ministero della Sicurezza dello stato (Mss, l’agenzia d’intelligence più importante della Repubblica popolare) “è emerso come attore chiave nella consultazione della politica estera, in particolare a seguito della repressione di Tiananmen del 1989. Questa ascesa si riflette nei China Institutes of Contemporary International Relations, ufficialmente un ufficio dell’Mss, ampiamente considerato una delle istituzioni più prominenti del suo genere”. Su quest’ultimo Wu cita un rapporto Cia del 2009 che lo descrive come un “organo di intelligence in stile sovietico”, e l’autore francese Roger Faligot che lo definisce “uno dei rari esempi al mondo di un think tank che si presenta come 100 per cento accademico ma è diventato 100 per cento integrato nei servizi segreti”. Con il ritorno di Trump, il sistema di consulenza cinese si è messo al lavoro per interpretare e rispondere alla nuova strategia americana.
Wu individua tre posizioni emerse nel dibattito pubblico: ci sono i falchi, rappresentati “da Jin Canrong, professore alla Scuola di Studi Internazionali dell’Università Renmin di Cina, che sostiene un approccio ‘occhio per occhio’, argomentando che solo una risposta forte e reciproca al bullismo unilaterale e agli alti dazi statunitensi, fermando ‘la guerra con la guerra’, sia adeguata”. Poi ci sono i manovratori strategici, come Chen Jing, che chiedono diversificazione dei mercati globali (per esempio nel rafforzamento con l’Asean) per compensare i dazi, puntando sulle debolezze strutturali americane (come il debito da oltre 38 trilioni di dollari e la deindustrializzazione). E infine ci sono i realisti pragmatici, quelli che pongono l’attenzione agli effetti concreti dei dazi al 125 per cento, con aggiustamenti ciclici interni e stimolo della domanda domestica. “E’ difficile valutare come i consulenti politici all’interno della leadership nazionale affrontino tali dibattiti”, scrive Wu, “ma una simile diversità di opinioni esiste probabilmente anche all’interno della cerchia politica.
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Un segnale che questo dibattito politico abbia raggiunto la leadership nazionale è stata la rimozione di Wang Shouwen nel marzo 2025 dalla sua posizione di principale negoziatore commerciale”. Il cuore dello studio di Guoguang Wu è il concetto di “guided autonomy”, ovvero il fatto che lo spazio di discussione e di disaccordo limitato che i consulenti politici cinesi possono esercitare sia “delimitato dal vincolo che il principio fondamentale del Partito non venga messo in discussione”. Secondo Wu questo mostra anche una frattura interna al sistema: chi proviene dall’orbita del ministero degli Esteri, per esempio, tende ad assumere posizioni più dure verso gli Stati Uniti, mentre chi ha background nel ministero della Sicurezza adotta approcci più morbidi. Ed è emblematico il contrasto tra Wu Xinbo, che ha definito l’America “una sorta di stato canaglia”, e Da Wei, professore della Tsinghua ed ex Mss, che sottolinea “la necessità di stabilizzare la relazione sino-americana”. In definitiva, secondo Wu, i think tank cinesi sull’America – ma anche quelli che osservano e analizzano l’Unione europea, per esempio – godono di “poca autonomia politica, ma di una ‘autonomia guidata’ nella consulenza”. La loro reale influenza non dipende quindi dalla visibilità internazionale né dalla qualità accademica, ma piuttosto dalla posizione gerarchica all’interno del partito-stato e dall’accesso ai canali interni di comunicazione con i vertici. I report più influenti non sono quelli pubblicati, ma quelli che circolano riservati tra i decisori politici. Il Cofa, conclude Wu, è il vero nodo di questa rete, e Xi Jinping ne tiene saldamente il controllo.