"Il no di Meloni a Sigonella? Una scelta politica”, dicono i generali Tricarico e Camporini

Bloccare l’uso della base militare agli americani, quando s’infrangono le procedure, non è mai sbagliato. Ma più delle zanne di Trump, Meloni temeva quelle di Conte: in un contesto analogo Berlusconi nel 2003 autorizzò a procedere”

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1 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:57 PM
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© foto Ansa

Tecnicamente è stata un’azione impeccabile, lo stop agli Stati Uniti all’uso della base militare di Sigonella. Ma osservare la correttezza delle procedure amministrative, in tempi di crisi in medio oriente, non è l’unica scelta a disposizione del governo italiano. “Mi rifaccio all’accaduto”, spiega al Foglio il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare tra il 2004 e il 2006. “Durante la guerra in Iraq, nel 2003, l’Italia decise di non aderire all’operazione di cattura contro Saddam. Però gli Stati Uniti avevano bisogno di Aviano: non per un sorvolo da poco come oggi, ma per imbarcare un’intera brigata aviotrasportata fino all’Iraq. Centinaia di paracadutisti che dettero un contributo significativo alla missione”. E allora come andò a finire? “Messo di fronte all’esigenza, Berlusconi diede l’autorizzazione a procedere. Avrebbe potuto farlo anche Meloni. Non l’ha fatto perché altrimenti l’avrebbero azzannata: e alle zanne di Conte, ha preferito quelle di Trump”. Paragone forte. “Ma quelle del presidente americano non si sono concretizzate: forse nemmeno è al corrente dei fatti. E al governo basterà lavorare con diplomazia. Sarebbe stato peggio finire nel mirino degli avversari interni. Specie dopo la vittoria del No al referendum”. Insomma, la scelta a prova di burocrazia è coincisa con quella del male minore. “A dire di no, quando s’infrangono le procedure, non si sbaglia mai”, premette Tricarico. “Queste strutture sono concesse agli Stati Uniti sotto l’egida della Nato. E in base a un principio fondamentale: le attività che vi si svolgono devono ricadere in quelle della Nato. Il resto va in deroga al governo di turno. È l’aspetto più delicato dell’interlocuzione italo-statunitense: lo scopo delle singole attività viene volutamente tenuto sul vago. Per questo c’è sempre un comandante italiano affiancato da uno americano. E il primo deve avere piena visibilità su ogni azione degli Stati Uniti nelle basi”. L’atterraggio del bombardiere diretto in Iran, venerdì scorso, usciva da quel perimetro giuridico. “Qualcuno a Sigonella se n’è accorto e ha chiesto un’autorizzazione superiore fino alla presidente del Consiglio. Che ha rifiutato. È la prima volta che mi risulti. Ma al netto del volere e del momento politico, non sarebbe stato semplice fare diversamente”. Cioè? “Penso a un altro caso di comportamento proditorio da parte statunitense: febbraio 1998, un Prowler dei marines decolla da Aviano volando a bassa quota senza autorizzazione, finisce per tranciare il cavo della funivia del Cermis e provoca venti morti. Non era nemmeno catalogabile come un’operazione della Nato. L’equipaggio fu assolto dalla giustizia americana fra le polemiche, ma l’abuso resta evidente. E ritengo ce ne possano essere stati altri sul nostro territorio”. Dunque, per Meloni, “prestarsi a un rischio del genere sarebbe stato deleterio. Trovo anzi avvilente che lei e Crosetto abbiano dovuto esporsi all’eventuale sfuriata di Trump”, puntualizza Tricarico. “Questo episodio dovrebbe fornire l’occasione di compattarsi di fronte al pericolo e all’instabilità internazionale: è importante che l’Europa concerti una posizione comune a cui fare riferimento, anche sull’utilizzo delle proprie basi militari. Se scatta il divieto su Sigonella o Aviano, per gli Stati Uniti è una puntura di spillo. Ma se saltano le basi tedesche vanno in difficoltà serie. Non possiamo rimanere vittime dell’inconsistenza”.
È una visione abbracciata anche da Vincenzo Camporini, successore di Tricarico all’Aeronautica. “In termini procedurali il governo ha fatto quanto previsto dai trattati in vigore”, ribadisce il generale. “Trovo eccessivo questo interesse per la questione: gli Stati Uniti, più che infrangere le regole, non hanno tenuto conto dei tempi necessari. Non ne farei un caso. E quella di Meloni è stata una naturale valutazione politica. Nulla di sconvolgente, a differenza delle dichiarazioni di Trump che minaccia di far saltare la Nato”. Va presa maggiore iniziativa, sul versante internazionale? “L’Iran è un Paese di rilevanza strategica, data l’energia di cui non disponiamo: qualunque problema legato alla libertà di navigazione ci coinvolge e ci preoccupa. Sigonella e le altre basi però sono uno strumento di sorveglianza del Mediterraneo, e possono continuare a essere a disposizione degli alleati anche senza assetti americani. Noi abbiamo i nostri rapporti da tutelare anche con il mondo arabo: per essere mediatori efficaci però bisogna avere in tasca una pistola carica. E oggi l’Europa accusa la debolezza intrinseca dei singoli Paesi, legata alla mancata costruzione di una capacità militare collettiva e coordinata. Da reinventare anche fuori dalla Nato. Su questo l’Italia deve avere un ruolo attivo insieme ai volenterosi: Germania, Francia, Regno Unito. Basta eccessi di timidezza. Sigonella o no”