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Meloni di Sigonella: No a Trump per l'uso della base, ma lo "schiaffo" diventa carezza. L'informativa "dura" della premier
Il governo non concede la base, ma precisa che il rapporto con gli americani è solido. Crosetto aggiusta il tiro. Un cortocircuito che nasconde il lungo divorzio fra Meloni e Trump. In Cdm proroga delle accise. Lo spavento di Pichetto
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1 APR 26

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni
Roma. Sigonella si ripete due volte: la prima come eroismo di Craxi, la seconda come post di Crosetto. Il governo Meloni nega l’uso della base americana per attaccare l’Iran. Non siamo a disposizione di Trump, ma un atto di fierezza, di sovranità, si rovescia in un’emergenza diplomatica, di comunicazione. E’ accaduto altre volte che un ministro della Difesa, e chissà quante altre, abbia negato la base, solo che con Trump non sono tempi per esibizioni. Il rifiuto si consuma venerdì sera, la notizia esce ieri. A Palazzo Chigi si imbarazzano perché il “no” passa per uno “schiaffo” all’alleato e si deve precisare con una nota che “i rapporti con gli Stati Uniti sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione”. Anche Crosetto, su X, scrive “non c’è nessun raffreddamento”. Se fosse stato il “momento Sigonella non ci sarebbe stato il momento “aggiustiamo il tiro”, la carezza. Per consentire l’uso della basi serve il voto del Parlamento e Meloni, raccontano, direbbe “no” a Trump o si asterrebbe. La forza dell’Italia si conferma essere una sola: il pigiama.
Se era preparata non sarebbe uscita in questo modo. E’ magnifico giornalismo. Fiorenza Sarzanini rivela sul Corriere che il governo, in piena notte, ha negato il passaggio dei bombardieri americani. Si chiede a Crosetto se il rifiuto sia stato concordato con Meloni e Crosetto risponde: “Certo”. Non è la prima volta che gli americani telefonano in piena notte, ma per la prima volta, in un tempo difficilissimo, la notizia non si riesce a tenere sotto chiave. Si vuole rendere pubblica un’intenzione certamente maturata, ma la forma è sempre la sostanza. Esce male. Dice Sara Kelany, responsabile immigrazione di FdI, che meriterebbe il posto vacante lasciato alla Giustizia, che “noi ci collochiamo dove è giusto stare e sappiamo dire no quando è giusto dire no”. C’è stata la lettera di protesta di Meloni quando Trump offese i nostri militari, c’è stato il No sulla Groenlandia. Meloni si sta preparando al mondo che cambia dopo le elezioni di Midterm. Presto, a metà aprile, c’è il voto decisivo in Ungheria e anche Orban può perdere. La telefonata, la richiesta americana all’Italia, avviene dopo la mezza notte di venerdì, Crosetto avvisa Meloni. C’è tempo mezz’ora per decidere e il governo decide per il No. E’ una valutazione seria, veloce. L’Italia non vuole essere coinvolta nell’operazione contro l’Iran e neppure dare adito al regime di aver aiutato Trump in questa guerra non voluta, appresa, va ricordato, da terze mani.
Si temono ritorsioni contro italiani e Meloni, che definisce Trump con “il presidente degli Stati uniti”, non vuole più che si colleghi il suo nome ai Maga, ai ministri di Netahanayu che sbevazzano per festeggiare la pena di morte. Presto c’è un passaggio fondamentale: l’Italia sarà chiamata ad aumentare la spesa Nato. Cosa si potrebbe dire, e cosa si potrebbe scatenare, se l’Italia dovesse aumentare la spesa dopo la sconfitta al referendum, una guerra, quella di Trump che rischia di avere conseguenze incalcolabili? Si chiede Luca Toccalini, segretario della Lega giovani, “come si spiega agli italiani che dobbiamo alzare la spesa militare con le bollette che aumentano?”. Incalcolabili è la parola che usa il viceministro dell’Economia, Leo, mentre il ministro Pichetto Fratin, che aveva già compreso tutto (“Trump? Un Nerone”) è spaventato al punto da dire una cosa enorme, da anni berlingueriani: “Sono già state rilasciate dieci milioni di riserve. Quanto dura questa guerra? Cominciano anche a farsi sentire gli Houti…”. Gli chiediamo se è pensabile contingentare i consumi pubblici di energia, insomma, come nel 1973, e Pichetto risponde: “Allora venne vietata la circolazione dell’auto di domenica. Dopo 50 anni è impraticabile, ma è chiaro che qualcosa bisogna fare. A luglio ci sarà il boom dei condizionatori… ci sarà il picco. Che si fa se continua la guerra?”. Giovedì, è previsto un incontro Tajani-Meloni ma anche un Cdm (che potrebbe slittare dato che non ci sono risorse) per prorogare la sterilizzazione delle accise. Ancora. Non è la guerra voluta da Meloni e si dice tranquillamente, come lo dice Francesco Filini, che di Fazzolari è l’erede, “che siamo sempre stati alleati leali, di un’idea, un paese, come l’America. Sempre e solo di quello e non di altro”. Gli entusiasmi per “il momento Sigonella” vengono calmati da Meloni che la riporta al freddo “rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere” e Crosetto sul suo social dice “che è falso far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato”. Dall’altra parte dell’oceano Trump (e fortuna che non inserisce l’Italia, ma il Regno Unito) scaracchia contro gli europei, perché “chi non ci aiuta vada a prendersi il petrolio da solo”.
Palazzo Chigi garantisce che non ci sono telefonate Meloni-Trump. Giovedì 9 aprile, Meloni riferirà alle Camere, ed è la prima informativa (già prevista prima del caso Sigonella) dopo la sconfitta referendaria. Inizialmente viene comunicato che l’informativa si svolgerà venerdì 10 aprile ma i deputati si sollevano, protestano. E’ venerdì. Al Senato, La Russa, sceglie il giovedì e si deve anche derogare il regolamento con la Camera. Si parla di “sgambetto” a Meloni dopo Santanchè, ma per onestà è forse giusto scrivere che La Russa ha fatto il suo. E’ la seconda volta che Meloni accoglie le richieste di Renzi. Prima quella di Delmastro, presentarsi in Antimafia, ora questa a firma Paita. Meloni è pronta a fare un discorso “duro”, si dice brutalmente “a malmenare” le opposizioni. Ha la nuova, quella di Vannacci che ha fatto votare contro il Dl Bollette, i suoi tre fanti, ma che apprezza Meloni su Sigonella: “Ha fatto bene”. La forza del pigiama.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio