Procaccini (FdI): “Bene Crosetto su Sigonella. Concedere le basi agli Usa? Tendenzialmente favorevoli”

"In una fase delicata come questa, più ci si attiene alle regole di ingaggio e meglio è. Essere amici non vuol dire farsi andare bene qualsiasi cosa”, dice l'europarlamentare e copresidente di Ecr spiegando che in Parlamento, di fronte a una richiesta americana, i meloniani potrebbero dire sì: "In linea con i governi italiani degli ultimi 50 anni"

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epa12469250 European Conservatives and Reformists Group co-chair Nicola Procaccini speaks during a debate titled 'Recent peace agreement in the Middle East and the role of the EU' at the European Parliament in Strasbourg, France, 21 October 2025. The current plenary session runs from 20 to 23 October 2025. EPA/RONALD WITTEK

“Penso che Guido Crosetto abbia fatto bene. Perché in una fase delicata come questa, più ci si attiene alle regole di ingaggio e meglio è”, dice al Foglio Nicola Procaccini. L’europarlamentare di FdI e copresidente di Ecr parla della scelta del ministro della Difesa, che ha negato l’uso della base militare di Sigonella ai bombardieri americani diretti in medio oriente. Onorevole, sta cambiando qualcosa? E’ un segnale per Trump? “Non si tratta di questo. Le procedure prevedono che per determinate attività militari deve esserci una comunicazione preventiva e poi il consenso italiano”. Questo non è accaduto e il ministro ha agito di conseguenza. “Sì, ma credo sia importante anche un altro aspetto, quello comunicativo. Per questo il governo ha chiarito subito che rimane la massima collaborazione possibile con l’alleato. Non bisogna ingenerare un’ostilità precostituita verso il governo americano, come cerca di fare qualche altro partito, Conte o Schlein. L’esecutivo si è mosso in modo corretto e coerente, anche rispetto a quanto aveva dichiarato. Sarà eventualmente il Parlamento a esprimersi sull’uso delle basi militari”. Non si tratta di una ipotesi così remota. Davanti a una richiesta americana come voterebbe FdI? “Bisogna capire quale sarà la situazione sul campo e quella geopolitica, è obiettivamente troppo presto per parlarne”, premette il meloniano. “Mi limito a dire che nel caso della Libia, quando era sotto attacco un esportatore di energia in Italia, le basi furono concesse. E’ accaduto anche con il governo D’Alema e la Serbia. Tendenzialmente ci può essere un orientamento favorevole, in linea cioè con i governi italiani degli ultimi 50 anni. Detto questo, sono ottimista, penso che il conflitto possa finire in tempi brevi, prima che ci sia bisogno di un voto”. 
Nel frattempo, dopo il No di Crosetto (che secondo un altro deputato di FdI, Di Giuseppe, rischia di “compromettere la credibilità italiana”, “avrei fatto una scelta diversa”), sono partiti i parallelismi con Pedro Sánchez, modello della sinistra italiana, che nega lo spazio areo agli americani. “Se questo fosse vero, e non l’ho capito perché è difficile cogliere fin dove arriva la propaganda del premier spagnolo, si tratterebbe di un atto ostile. Se fosse invece solo comunicazione, sarebbe ancora peggio. Significa – prosegue Procaccini – cavalcare l’estremismo ideologico per cercare di recuperare la popolarità perduta da tempo e restare abbarbicato al potere”. 
L’episodio di Sigonella, comunque, arriva dopo le nette prese di posizione del governo verso Israele, sulla pena di morte e sul cardinale Pizzaballa. Mentre sul referendum pare abbia pesato anche un voto di protesta contro Meloni. A Palazzo Chigi stanno rivedendo le coordinate? “I due aspetti non sono collegati”, assicura Procaccini. “Se Israele fa qualcosa di inaccettabile, come impedire a Pizzaballa di celebrare la messa la domenica delle Palme, è giusto che il governo faccia notare il proprio dissenso. Anche con modi severi. Era accaduto pure con Trump, sulla Groenlandia e sui nostri soldati in Afghanistan. Essere amici non vuol dire farsi andare bene qualsiasi cosa”, dice l’eurodeputato. “Quanto al referendum, penso ci sia stata una stata una saldatura, forse poco attenzionata dai media, tra proteste pro Pal e Islam più radicale. Frange che solitamente non votano. Ma le scelte del governo non sono legate assolutamente a questa dinamica”. 
Passiamo all’Europa: dall’Ucraina al medio oriente, è praticamente assente dai tavoli della diplomazia. Cosa può o deve fare Bruxelles per essere protagonista? “Deve puntare sulla stabilità, non sull’improvvisazione. Stabilità vuol dire per esempio sostegno a Kyiv, tanto più nel momento in cui diminuiscono gli aiuti americani. Vuol dire investire insieme in cybersecurity e nell’industria della difesa, spendendo meno e meglio, con ricadute anche in termini di sviluppo civile. L’Ue deve concentrarsi sulle cose importanti. Anziché aumentare la burocrazia sia unita su elementi fondamentali, come la politica estera. Fare meno, fare meglio”. In questo contesto Meloni cerca di mantenere un ruolo da pontiera tra Europa e Washington. Un posizionamento, o una ambiguità, che in molti ritengono non sostenibile ancora a lungo. Sta arrivando il tempo delle scelte? “Non si tratta di ambiguità. E’ assolutamente velleitario pensare di disconnettersi dall’alleanza atlantica, soprattutto sul piano militare. Né abbiamo mai pensato a ipotesi stravaganti di Italexit, sarebbe folle. Bisogna essere amici degli Stati Uniti e al tempo stesso stare nell’Ue, condividendone i destini, nel bene e nel male”.