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un clima di rivolta
La vice Ribera e la negoziatrice sul commercio criticano von der Leyen dove fa più male
Per la socialista spagnola l'Ue deve essere “coraggiosa” e “non possiamo essere soggetti alla volontà di un paese terzo”, mentre Sabine Weyand nega che ci sia stato un negoziato con gli Stati Uniti. Dichiarazioni dannose per la narrazione positiva sull’accordo con Trump
Bruxelles. Nel momento in cui effettua la sua “rentrée” con un tour nei paesi più esposti alla minaccia della Russia, Ursula von der Leyen si trova confrontata a un clima di rivolta dentro la Commissione che presiede. La sua prima vicepresidente, la socialista spagnola Teresa Ribera, ieri ha contestato sul Financial Times la scelta di von der Leyen di non rispondere alle nuove minacce di dazi di Donald Trump per la regolamentazione digitale dell’Ue e la sua inazione sulla guerra di Israele contro Hamas a Gaza. L’Ue deve essere “coraggiosa” ed “evitare la tentazione di essere subordinata a interessi di altri”, ha detto Ribera. Nell’incontro con Trump il 27 luglio, von der Leyen ha accettato l’imposizione di un accordo sui dazi penalizzante per l’Ue, in nome della stabilità e della prevedibilità per le imprese che esportano negli Stati Uniti. Lunedì, con un post su Truth, Trump ha annunciato che imporrà nuovi dazi aggiuntivi e restrizioni alle esportazioni contro i paesi che hanno regole o tasse per il settore digitale. “Non possiamo accettare qualsiasi cosa (…). Non possiamo essere soggetti alla volontà di un paese terzo”, ha avvertito Ribera. Quanto a Israele, la mancanza di azione su Gaza “è una di quelle questioni che la storia non dimenticherà”. Altre dichiarazioni si stanno rivelando ancora più dannose per von der Leyen. Sabine Weyand, che guida la direzione generale Commercio della Commissione, ha detto che non c’è stato alcun negoziato con gli Stati Uniti. Von der Leyen e gli stati membri si sono piegati a Trump per non correre il rischio di essere abbandonati sulla sicurezza europea e l’Ucraina.
Le parole di Sabine Weyand, pronunciate al Forum europeo di Alpbach in Austria lunedì, contraddicono la narrazione positiva di von der Leyen sull’accordo con Trump. “Se non mi avete sentito usare la parola ‘negoziato’ è perché non ce n’è stato uno”, ha detto la direttrice generale del Commercio. “La parte europea era sotto pressione enorme per trovare una rapida soluzione per stabilizzare le relazioni transatlantiche – in particolare per quanto riguarda le garanzie di sicurezza”. Nella foto di gruppo a Turnberry per suggellare l’accordo, Weyand si è rifiutata di alzare il pollice come Trump e von der Leyen. La sua direzione generale Commercio si era preparata a un negoziato duro con Trump, compreso l’uso di ritorsioni commerciali tradizionali o del nuovo strumento anticoercizione che consente di colpire i servizi. Ma von der Leyen ha rifiutato di entrare in un rapporto di forza. Ha fatto gestire la trattativa al suo capogabinetto, Bjorn Seibert, e a uno dei più fedeli dei suoi commissari, lo slovacco Maros Sefcovic. Con un’escalation “c’era il pericolo che gli Stati Uniti mettessero in discussioni la partnership sula politica di sicurezza”, ha detto Weyand. A Bruxelles il resoconto del suo intervento, riportato dalla Süddeutsche Zeitung, è stato letto e riletto con stupore. “Non credo sia stato autorizzato dalla presidente”, spiega al Foglio un diplomatico dell’Ue. Giovedì la portavoce di von der Leyen ha voluto correggere la versione di Weyand. “La nostra relazione con gli Stati Uniti non è mai stata messa in discussione. Abbiamo discusso un accordo commerciale e abbiamo raggiunto un accordo commerciale”, ha detto la portavoce.
Per affrontare il mondo di Trump “non abbiamo la governance giusta, né la mentalità giusta”, ha detto Weyand, in un’altra critica appena velata del suo capo politico. Anche ai livelli più bassi della Commissione cova il malessere e lo scontento verso von der Leyen. Trump non ha minacciato solo dazi per la regolamentazione digitale, ma anche sanzioni contro i funzionari dell’Ue incaricati di applicarla. Tuttavia la presidente ha scelto di non difenderli in pubblico, preferendo fare come se nulla fosse. “C’è uno scollamento sempre più grande tra l’amministrazione e il livello politico”, spiega un funzionario. Lo scontento si sta diffondendo anche fuori dalla Commissione, ben al di là delle relazioni con Trump. Gran parte degli stati membri e i gruppi della “maggioranza Ursula” al Parlamento europeo ha rigettato la proposta di quadro finanziario pluriennale – il bilancio 2028-34 – presentato da von der Leyen a luglio. Socialisti e verdi contestano la marcia indietro sul Green deal e l’indurimento della politica migratoria. Le critiche di Mario Draghi per la lentezza della Commissione trovano echi crescenti. La posizione di von der Leyen non è ancora in discussione. Ma il discorso sullo Stato dell’Unione del 10 settembre è considerato un momento chiave per salvare il suo secondo mandato.