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Il vero problema dell'Europa è che non sa gestire la sua rilevanza

Lorenzo Bini Smaghi

Se l’Ue fosse davvero irrilevante, gli altri principali attori globali, pubblici e privati, non se ne curerebbero. Ciò che gli manca è la capacità di prendere posizioni e agire di conseguenza

La tesi secondo cui l’Europa sia diventata irrilevante sembra oramai ampiamente condivisa. L’ha sostenuta Mario Draghi all’ultimo Meeting di Rimini di Comunione e liberazione, poi ripresa dalla premier Meloni allo stesso evento, e da altri esponenti politici italiani, oltre ad ex presidenti del Consiglio come Mario Monti, Romano Prodi e Giuseppe Conte in recenti interviste.  Difficile raccogliere un così ampio consenso politico nel paese. 

 

Leggendo i giornali internazionali, la prospettiva sembra un po’ diversa. Il 28 agosto scorso, ad esempio, il Financial Times titolava che “I migliori fondi sovrani scommettono sull’Europa più che sull’America”. Il giorno prima, il Wall Street Journal riportava le dichiarazioni minacciose di Trump di aumentare ulteriormente i dazi se l’Europa non riduce le tasse e sulle imprese tecnologiche americane a cui ha prontamente risposto in modo negativo la Commissione europea.

 

Se l’Europa fosse davvero irrilevante, gli altri principali attori globali, pubblici e privati, non se ne curerebbero. Gli investitori internazionali non aumenterebbero le loro posizioni in euro, come invece si evidenzia dall’apprezzamento della valuta europea nei confronti del dollaro, di oltre il 15 per cento dall’inizio dell’anno. I leader degli altri principali paesi, dal Regno Unito al Canada e altre aree del mondo, non cercherebbero di allacciare con l’Europa nuovi rapporti bilaterali per costruire un diverso sistema di regole internazionali. La Bulgaria non aderirebbe all’euro nel gennaio prossimo, diventando il ventunesimo paese su ventisette. Gli ucraini non lotterebbero ogni giorno per cercare di diventare un giorno parte integrante dell’Europa, che rappresenta la miglior protezione contro l’espansione russa. 

 

Il vero problema dell’Europa non è l’irrilevanza, ma piuttosto la sua difficoltà a gestire la sua rilevanza; in altre parole, ciò che manca all’Europa nel nuovo contesto è la capacità di prendere posizioni e agire di conseguenza. Questo problema non è tuttavia generalizzato. Su alcune tematiche l’Europa decide molto rapidamente. Ad esempio sulla politica monetaria, dove a ogni riunione del Comitato direttivo si decide – a maggioranza semplice – se aumentare, diminuire o lasciare immutato il tasso di interesse o modificare qualsiasi altro strumento di politica monetaria. La stessa capacità di decisione esiste nelle materie nelle quali l’Unione ha dei poteri delegati, come nel mercato unico, la concorrenza, gli aiuti di stato, eccetera.

 

Si sentono spesso lamentele sulla lentezza e sull’eccesso di regolamentazione europea, che comprime la capacità di innovazione nel continente. Questa regolamentazione viene tuttavia approvata dai rappresentanti dei paesi membri nel Consiglio e dal Parlamento, i quali tendono a essere molto più restrittivi rispetto alle proposte iniziali della Commissione europea, con l’obiettivo di proteggere interessi particolari. 

 

Un esempio è la normativa sulle cartolarizzazioni finanziarie, che la Commissione propone regolarmente di rivedere in modo da consentire lo sviluppo di questo mercato e che invece il Consiglio e il Parlamento europeo respingono nel timore che sia troppo permissiva.

 

Nelle tematiche che invece non sono di competenza dell’Unione, come la politica estera, la difesa e la sicurezza, l’immobilismo dell’Europa dipende non solo dalla necessità di avere il consenso di tutti i paesi, ma anche dal fatto che, per motivi storici, gli stati membri non sono abituati a decidere in comune. I drammi dei secoli passati hanno sviluppato, all’interno del continente, una certa avversione nei confronti di un ruolo geopolitico prominente da parte dell’Europa.

 

Questo spiega le immagini – diventate virali – dei leader europei seduti intorno al tavolo del presidente americano per discutere della sicurezza dell’Ucraina. Nessuno era disposto a delegare questo ruolo a qualcun altro. Il risultato è stato quello di sminuire il ruolo di ciascuno.

 

La realtà, difficile da accettare, è che a essere irrilevante non è l’Europa, bensì i ventisette paesi che la compongono, fin quando questi non decidono di agire all’unisono.

 

Se si vuole che l’Europa esca dal proprio immobilismo, non serve ripetere che ci vuole una politica estera, di difesa o industriale comune, o un mercato finanziario più integrato con un regolatore unico. Questo si sa da tempo. Quello che serve veramente in questa fase è una proposta concreta per riuscire a fare ciò che non è stato fatto fino a ora. Ossia identificare un percorso che porti a processi decisionali rapidi ed efficienti in settori che fino ad ora sono di pertinenza dei paesi membri. 

 

Non basta ribadire che si deve eliminare il potere di veto, visto che per farlo ci vuole l’unanimità degli stati membri. Bisogna spiegare come farlo, in termini politici.

 

Altrimenti si rimane nel campo di quello che in inglese viene definito il wishful thinking, tradotto malamente in italiano come pio desiderio.

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