La difesa dell'Europa

La nostra libertà passa da Kharkiv

Paola Peduzzi

Putin vuole vendicarsi dell’umiliazione subita nel 2022 nella seconda città dell’Ucraina  rendendola invivibile e approfittando dei ritardi e delle ubbie occidentali. L’accanimento quotidiano

Durante l’Holodomor, la grande carestia voluta da Stalin all’inizio degli anni Trenta in cui morirono milioni di ucraini, Kharkiv era “la città in cui si andava a morire”, dice lo storico Timothy Snyder, l’ultimo posto in cui cercare qualcosa da mangiare, senza trovarlo. Poi Kharkiv, che si trova a meno di quaranta chilometri dal confine con la Russia, nel nord-est dell’Ucraina, è diventata la città dell’arte, della letteratura, della musica, della poesia, della convivenza, degli studenti e infine del grande equivoco: quando Putin cercò di conquistarla nei primi giorni dell’invasione su larga scala del febbraio del 2022, pensava di trovarla pronta alla sottomissione, anzi, quasi desiderosa della sottomissione. I consiglieri del presidente russo gli avevano fatto credere che cuori e menti di buona parte dell’Ucraina fossero già dalla sua parte – è la stessa ragione per cui, quando  dieci anni fa Putin annesse la Crimea, qui da noi si diceva, abbeverandoci a volte in modo inconsapevole alla propaganda russa: in fondo a loro va bene così, sono più russi che ucraini. Invece qui si consumò l’umiliazione dell’esercito russo.

Serhiy Zhadan, uno dei poeti più famosi dell’Ucraina che vive a Kharkiv, scrisse su Facebook il 27 febbraio del 2022, la domenica successiva all’invasione putiniana: “Venite uccisi dai russi, che vi piaccia o no. Probabilmente non vi va bene, penso”. Non basta parlare russo, fare affari con i russi al di là del vicinissimo confine, avere scambi culturali, economici e molte affinità per volersi sottomettere  all’occupazione dei russi. Il grande equivoco era svelato, le forze russe fecero una breve incursione nella città – la seconda più popolosa dell’Ucraina – ma furono cacciate indietro, occuparono una porzione della regione di Kharkiv dove fecero razzie, torture, uccisioni, fosse comuni e poi, nel settembre del 2022, nella controffensiva a sorpresa guidata dall’attuale capo delle Forze armate ucraine, il generale Oleksandr Syrsky, scapparono senza quasi combattere, e non tornarono a riprendersi i loro corpi.

Oggi i propagandisti del Cremlino dicono: Kharkiv deve essere cancellata dalla mappa. Il metodo di Putin è lo stesso da sempre: quel che non conquista distrugge. Da dicembre, la città e la regione vengono colpite ogni giorno, l’accanimento quotidiano di droni e missili ha distrutto le  centrali, le strade, i palazzi, le vite delle persone, uno stillicidio  che i giornalisti e i fotografi documentano con racconti e immagini da assedio.   In quarantasette aree nella regione di Kharkiv più vicine al confine le famiglie con bambini saranno evacuate Nei commenti internazionali ritornano i paragoni che si facevano quando fu uccisa di fame e bombe Mariupol: Grozny, Aleppo, i teatri della violenza terroristica dei russi.

Corpi ricoperti dai teli, uomini e donne piegati dalle lacrime, bambini uccisi, bambini messi in salvo, incendi, macerie, trolley pronti per la partenza, quando si riesce: nel 2022, scapparono circa trecentomila persone, sono tornate a migliaia, ora si dividono tra l’urgenza di ripartire e l’urgenza di restare per difendere la città, per darsi una mano, per urlare in faccia ai russi che l’idea di trasformare una città che aveva due milioni di abitanti in “una zona grigia” come lascia trapelare il Cremlino è una fantasia, un’altra.

Putin vuole piegare Kharkiv non soltanto perché è strategicamente importante  per rubare pezzetti di terra  e accerchiare le truppe ucraine che difendono il Donbas, ma anche perché è il simbolo al contempo della sua illusione espansionistica e della sua iniziale disfatta. Kharkiv è l’ossessione e il riscatto, l’occasione per approfittare dei ritardi e delle divergenze tra gli alleati occidentali di Kyiv, dove risuonano ancora, dopo tutto questo tempo, più allarmanti gli attacchi ucraini in territorio russo che gli sciami di droni iraniani e missili russi su tutta l’Ucraina, da est a ovest, indiscriminati. Il sindaco di Kharkiv e il presidente Volodymyr Zelensky dicono che ancora una volta i piani di Putin saranno sfasciati, ma denunciano anche l’accanimento russo, costante e brutale. Continuiamo a fissare linee rosse agli ucraini (“dobbiamo combattere con una mano dietro la schiena, a volte due”, ci ha detto una soldatessa), continuiamo a negare la copertura aerea che, fin dal 2022, è la protezione più efficace per respingere l’aggressione russa, continuiamo a cianciare di concessioni e di pace  impedendo all’Ucraina di difendersi e lasciando che Putin consumi già una sua vendetta.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi