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a bruxelles

C'è l'intesa sul nuovo Patto di stabilità: flessibilità sul debito in cambio di riforme

David Carretta

Una bozza che dovrebbe essere confermata dal prossimo Ecofin traccia il perimetro delle nuove regole di bilancio europeo, non più adeguate di fronte "alle molteplici sfide economiche e sociali". A cambiare è l'approccio: ciascun governo dovrà assumersi la responsabilità delle scelte 

Bruxelles. Piani fiscali pluriennali costruiti su misura della situazione di ciascun paese, più tempo per ridurre il debito per chi fa riforme e investimenti in linea con gli obiettivi dell'Ue, e sanzioni più efficaci, anche se ridotte, per chi viola le regole di bilancio. Sono questi i principali punti dell'intesa raggiunta dagli sherpa dei ministri delle Finanze dell'Unione europea sui grandi principi della riforma del Patto di stabilità e crescita, che dovrebbe essere confermata dall'Ecofin della prossima settimana e dal Consiglio europeo del 23 e 24 marzo.

Le parole chiave sono "realismo", "ownership" e "pluriennale". Le regole che erano state introdotte durante la crisi del debito sovrano tra il 2010 e il 2012 non sono mai state davvero applicate e oggi non sono più adeguate di fronte "alle molteplici sfide economiche e sociali di breve e lungo periodo". Quali? L'elenco contenuto nella bozza di accordo che dovrebbe essere approvata dall'Ecofin è lungo: "Aumento delle tensioni geopolitiche, l'elevata inflazione e l'aumento dei tassi di interessi, cambiamento climatico, digitalizzazione, cambiamento demografico, la necessità di sostenere la competitività e l'autonomia strategica in un'economia aperta, l'importanza di assicurare energia a buon mercato e sicurezza degli approvvigionamenti e il necessario rafforzamento delle capacità di difesa. Molte di queste sfide richiedono riforme ambiziose e investimenti sostanziali", dice la bozza, che il Foglio ha potuto consultare. "Inoltre, la crisi pandemica così come le conseguenze della guerra russa contro l'Ucraina hanno contribuito ad aumentare ulteriormente livelli di debito già alti, che devono essere ridotti in un modo graduale e realistico". Secondo la bozza, l'Ecofin dovrebbe riconoscere che la "ownership nazionale è un elemento essenziale di un quadro di governance economica efficace". In altre parole, non è Bruxelles che deve dettare ai governi cosa fare, ma ciascun governo che deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte di bilancio nell'ambito delle regole comuni.

 

Concretamente come cambierà il Patto di stabilità e crescita? La bozza parla di "aree di convergenza" tra gli stati membri. Non c'è intesa su tutto e restano diversi punti aperti, alcuni dei quali molto tecnici. I parametri del 3 per cento di pil per deficit e 60 per cento di pil per il debito rimangono gli stessi. Il saldo netto strutturale sarà abbandonato. L'unico indicatore operativo diventerà la spesa netta primaria. Tutti gli stati membri dovranno presentare piani nazionali di medio termini che includano le politiche fiscali, le riforme e gli investimenti. Ma i piani nazionali dovranno essere coerenti con una "traiettoria fiscale tecnica" fissata dalla Commissione, che deve assicurare che il debito sia su un percorso di discesa sufficiente (o si mantenga a livelli prudenti per i paesi il cui valore è sotto il 60 per cento del pil). La stessa Commissione dovrà dialogare con ciascun governo per verificare se le deviazioni tra i piani nazionali e la traiettoria fiscale tecnica fissata a Bruxelles siano "giustificate". I piani dovranno essere approvati dall'Ecofin e potranno tenere conto dei cicli elettorali, con aggiornamenti quando si installa un nuovo governo. L'accordo tra gli sherpa prevede la possibilità di introdurre "misure di salvaguardia comuni per assicurare una sufficiente riduzione del debito" e per evitare che si accumulino deviazioni di bilancio nel corso del tempo. Ma la novità più significativa è la possibilità di estendere "il periodo di aggiustamento fiscale" (cioè il ritmo di riduzione del debito, ndr) se uno stato membro si impegna a riforme e investimenti che "rafforzino le prospettive di crescita o la resilienza, rafforzino le finanze pubbliche e dunque la loro sostenibilità di lungo periodo, e affrontino le priorità strategiche dell'Ue, incluse le sfide sugli investimenti pubblici per le transizioni verde e digitale e il rafforzamento delle capacità di difesa". Le priorità europee sono la chiave degli sconti sullo sforzo di bilancio: non è una golden rule sui numeri per escludere dal calcolo del deficit gli investimenti, ma è una golden rule sui tempi per dare più spazio fiscale ai paesi ad alto debito.

 

Sul fronte delle sanzioni per chi non rispetta le regole, non cambia nulla per la procedura per disavanzo eccessivo per chi viola il limite di deficit del 3 per cento del pil. Rimane anche la procedura per chi supera il 60 per cento di debito in caso di "deviazione dal percorso di bilancio concordato", anche se il testo rimane vago su quando dovrebbe scattare. In ogni caso, l'applicazione delle regole dovrebbe "essere resa più efficace, anche attraverso una maggiore trasparenza. L'importo monetario iniziale delle sanzioni finanziarie dovrebbe essere ridotto per consentire un'applicazione più realistica", dice la bozza. L'accordo tra gli sherpa prevede anche di chiarire il funzionamento della "clausola di salvaguardia generale" per sospendere l'applicazione del Patto in caso di shock nell'area euro o nell'Ue. Un'altra novità è il via libera a "una clausola di salvaguardia specifica per paese" che "dovrebbe consentire deviazioni temporanee dal percorso di aggiustamento di bilancio in caso di circostanze eccezionali al di fuori del controllo del governo con un forte impatto sulle finanze pubbliche di un singolo stato membro".

 

La bozza indica quali sono i punti ancora aperti, su cui i 27 si confronteranno dopo che la Commissione avrà presentato la sua proposta legislativa per riformare il Patto. C'è "necessità di ulteriori chiarimenti e discussioni anche per quanto riguarda la definizione della traiettoria (fiscale tecnica) della Commissione, i requisiti per gli stati membri che si ritiene abbiano problemi di debito basso (...), la definizione della spesa aggregata, l'adeguatezza e la definizione di parametri quantitativi comuni a sostegno del quadro riformato, i principi per l'estensione del percorso di bilancio, il ruolo delle raccomandazioni specifiche per paese, l'applicazione dei piani nazionali e gli incentivi per le riforme e gli investimenti". Insomma, resta molto lavoro da fare per un accordo definitivo. E, nel Patto di stabilità e crescita, il diavolo sta nei dettagli tecnici.

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