La guerra di Pechino alla democrazia

Mille agenti di polizia per arrestare cinquantatré persone tra ex parlamentari e attivisti, tutte legate al movimento democratico dell'ex colonia inglese. "Cosa c'è di sbagliato in una manifestazione così democratica? Come può la scelta della popolazione essere una minaccia alla sicurezza nazionale?” dice al Foglio Emily Lau
6 GEN 21
Ultimo aggiornamento: 14:59
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I membri del partito pro-democratico durante una conferenza stampa a Hong Kong mercoledì 6 gennaio 2021 (AP Photo/Vincent Yu)

Mercoledì mattina mille agenti di polizia sono stati mobilitati a Hong Kong per arrestare cinquantatré persone tra ex parlamentari e attivisti, tutte legate al movimento democratico dell'ex colonia inglese. E' la più estesa operazione di polizia da quando è entrata in vigore il 30 giugno scorso la controversa legge sulla Sicurezza imposta da Pechino. Tra le persone fermate ci sono almeno tredici ex parlamentari del Consiglio legislativo di Hong Kong e numerosi attivisti. Per la prima volta c'è uno straniero: il cittadino americano John Clancey, avvocato per i diritti umani e residente a Hong Kong. Il suo studio legale Ho Tse Wai & Partners è stato perquisito dalla polizia. E' tra gli arrestati anche Benny Tai, giurista e fondatore del movimento degli Ombrelli nel 2014: è stato lui, ad aprile scorso, a firmare un editoriale sull'Apple Daily (giornale il cui editore è Jimmy Lai, anche lui in carcere in attesa di processo) per spiegare ai cittadini la road map del movimento democratico: arrivare almeno a 35 membri del Consiglio legislativo, regolarmente eletti, e poi bloccare nel 2021 il budget del governo autonomo di Hong Kong guidato dalla chief executive Carrie Lam, costringendola alle dimissioni (anche la redazione dell'Apple Daily è stata per l'ennesima volta perquisita). Gli attivisti democratici sono accusati di “sovversione dei poteri dello Stato”, in base all'articolo 22 della legge sulla Sicurezza, per aver organizzato e partecipato alle primarie legislative lo scorso luglio – il primo passo immaginato da Benny Tai. Gli attivisti avevano portato a votare più di seicentomila cittadini di Hong Kong in un'operazione che aveva avuto grande eco sulla stampa internazionale. E che aveva naturalmente anche provocato la reazione di Pechino ("Sono illegali").
In una conferenza stampa tenuta dopo gli arresti e numerose perquisizioni, il capo della nuova unità della polizia che si occupa della sicurezza nazionale, Steve Li, ha detto che sono state arrestate persone “coinvolte in un piano strategico e sistematico” per rovesciare il governo di Carrie Lam. Il segretario alla Sicurezza di Hong Kong, John Lee, ha detto che gli arresti sono stati “necessari”.
Negli ultimi sei mesi molti attivisti sono scappati e hanno chiesto asilo all'estero, molti sono in carcere, in attesa di processo, oppure agli arresti domiciliari. Il governo centrale di Pechino ha già espresso supporto e soddisfazione per l'ennesima operazione di “sicurezza pubblica” nell'ex colonia inglese.
“Questa mattina i cittadini di Hong Kong si sono svegliati con una notizia scioccante”, dice al Foglio in un'intervista telefonica Emily Lau, parlamentare e presidente del Partito democratico di Hong Kong fino al 2016, “che ha fatto arrabbiare e preoccupare molte, molte persone. La gente è frustrata, non gli piace il governo locale e non si fidano, e ovviamente non si fidano nemmeno di Pechino. Queste cinquantatré persone sono state arrestate perché hanno organizzato le primarie legislative. Cosa c'è di sbagliato in una manifestazione così democratica? Come può la scelta della popolazione essere una minaccia alla sicurezza nazionale?”. Emily Lau, 69 anni, è una delle voci più importanti del movimento democratico di Hong Kong. Da giornalista del South China Morning Post divenne famosa nel 1984, quando fece la domanda più scomoda all'allora primo ministro inglese Margaret Thatcher. L'episodio l'ha ricordato il Nikkei a luglio, in un lungo ritratto di Lau, che in quell'occasione si guadagnò il soprannome di “Iron Lady di Hong Kong”. Durante il viaggio di stato della Thatcher nella colonia inglese, in una conferenza stampa Lau fece una domanda destinata a fare la storia: “Primo ministro, due giorni fa lei ha firmato un accordo con la Cina che promette di consegnare oltre cinque milioni di persone nelle mani di una dittatura comunista. Questo è moralmente difendibile o è proprio vero che nella politica internazionale la più alta forma di moralità è il proprio interesse nazionale?”. La Thatcher rispose che tutti erano contenti dell'handover, e che forse solo la giornalista era “la solitaria eccezione”.