Il presidente americano
Donald Trump ha annunciato l’intenzione di voler parlare con il presidente taiwanese Lai Ching-te. La telefonata sarebbe in corso di organizzazione, e servirebbe anche a finalizzare il trasferimento dei 14 miliardi di dollari in armamenti
verso Taiwan, che il Congresso degli Stati Uniti ha già approvato. Se la telefonata ci fosse davvero, sarebbe la prima conversazione fra un presidente americano e uno taiwanese in carica, e un cambiamento gigantesco nella consuetudine diplomatica fra Washington-Taipei e Pechino, congelata dal 1979. Ma il cambiamento potrebbe non essere favorevole all’isola minacciata dalla Cina:
Trump ha fatto più volte capire di aver “negoziato” qualcosa con il leader cinese Xi Jinping.
L’altro ieri alla base di Andrews, prima di salire sull’Air Force One, Trump si è fermato una decina di minuti a parlare con i giornalisti. Sappiamo che è un suo metodo di gestione della cosa pubblica, quello di essere accessibile e parlare a ruota libera – e sempre più spesso in America ci si pone il problema: dobbiamo continuare ad ascoltarlo? Ma annunciare una possibile telefonata con Lai Ching-te, presidente taiwanese e leader del Partito progressista democratico (Dpp) sarebbe già una forzatura di per sé – molti analisti si chiedono: perché non farla e comunicarne dopo il risultato, come fatto nel 2016, quando da presidente eletto rispose al telefono all’allora presidente taiwanese Tsai Ing-wen? Non solo: il fatto che il presidente americano abbia annunciato una specie di negoziato in corso per l’acquisto di armamenti da parte di Taiwan dagli Stati Uniti pochi giorni dopo la sua visita in Cina costringe i taiwanesi a pensare che quegli armamenti siano stati sul tavolo della discussione con Xi Jinping. Sarebbe il tradimento di un patto di fiducia che c’è stato negli anni Ottanta fra Washington e Taipei, nel quale l’America si impegnava a non negoziare mai eventuali forniture di Difesa con Pechino. Già qualche ora dopo il suo ritorno dalla visita di stato nella Repubblica popolare, Trump aveva avuto toni particolarmente aggressivi nei confronti di uno dei più strategici alleati democratici dell’Asia orientale, l’isola di 23 milioni di persone che Pechino rivendica come proprio territorio, anche se il Partito comunista cinese non l’ha mai governata. Sull’Air Force One, sempre parlando a ruota libera con i giornalisti, aveva detto di non volere “che qualcuno vada verso l’indipendenza”, e aveva aggiunto di non volere mandare truppe a combattere “a quindicimila chilometri di distanza” (l’Iran è a undicimila chilometri dagli Stati Uniti). Poi in un’intervista a Fox aveva aggiunto un altro tema che ha usato spesso in campagna elettorale, accusando Taiwan di aver rubato l’industria dei semiconduttori americana: “Se avessero messo dazi sui chip in entrata, non sarebbero mai andati via. Così abbiamo perso l’industria dei chip”. Una ricostruzione fantasiosa alla quale ha risposto la speaker del Parlamento taiwanese, Michelle Lee, che ha detto: “Taiwan fornisce semiconduttori a paesi di tutto il mondo. E non avrebbe raggiunto questo livello di competitività se si fosse affidata a mezzi illegittimi”. Il magnate taiwanese della tecnologia Robert Tsao, fondatore di United Microelectronics Corp. (Umc) e uno degli uomini più attivi nella difesa di Taiwan, l’altro ieri ha esortato il governo di Taipei a rispondere a quelle che avevano tutta l’aria di essere dichiarazioni ostili da parte del capo della Casa Bianca, forse finalizzate a costringere le grandi aziende tech taiwanesi a costruire impianti di produzione su suolo americano. Il problema è però più ampio, e di sicurezza. Fino a poco tempo fa le garanzie dello status quo di Taiwan erano date dall’ombrello americano, che ora si sta chiudendo non solo per l’Europa.
La leadership di Lai Ching-te, a Taiwan, è insidiata dall’opposizione del Kuomintang – che ha tradizionalmente rapporti più amichevoli con Pechino – e dalla Cina, perché nella logica di Xi Jinping è soprattutto lui il nemico, quello che sta più investendo sull’identità taiwanese libera e democratica. In un potente discorso pronunciato qualche giorno fa per i due anni dal suo insediamento, Lai ha detto che “la democrazia è la parte più importante dell’identità di Taiwan. Non è un dono piovuto dal cielo; è stata conquistata con coraggio attraverso il sacrificio e la dedizione di molte generazioni”, e che “il futuro di Taiwan non può essere deciso da forze esterne ai nostri confini, né può essere ostaggio della paura”. La propaganda cinese l’ha subito accusato di essere “un sabotatore della pace nello Stretto”. Intanto il governo taiwanese si stringe ai suoi alleati tradizionali, come il Giappone, dialoga con le Filippine, e cerca sostegno in Europa. Ieri il ministro degli Esteri è arrivato a sorpresa a Praga, al Global security forum, dove ha tenuto un discorso sui teatri connessi, quello europeo e quello asiatico.