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Xi ottiene da Trump il riconoscimento della parità con gli Stati Uniti
Pechino esce dal vertice con il risultato più importante: una nuova architettura diplomatica costruita sulle categorie cinesi. Washington ottiene annunci commerciali vaghi, mentre Taiwan diventa sempre più un oggetto negoziale nel confronto tra le due potenze
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18 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:52 AM

Xi Jinping e Donald Trump durante l'incontro a Pechino (foto LaPresse)
Quello che si è consumato a Pechino il 13 e 14 maggio assomigliava a un negoziato nella forma, ma era altro nella sostanza: il riconoscimento formale di uno stato di fatto che entrambe le parti avevano interesse a rendere visibile, cioè la parità di rango tra le due superpotenze. La cerimonia era costruita per comunicarlo, e ci è riuscita. Julian Gewirtz, già direttore per la Cina al Consiglio di sicurezza nazionale sotto Biden, lo ha detto con una chiarezza che raramente si sente nell’analisi diplomatica: Xi Jinping ha realizzato qualcosa che i leader cinesi inseguivano da decenni, portare un presidente americano a Pechino come pari indiscusso. “Non si torna indietro”, ha aggiunto. E’ una valutazione che regge.
I risultati concreti del vertice sono stati scarsi, o quasi. L’accordo sull’acquisto di duecento aerei della società Boeing, annunciato da Donald Trump, non è stato confermato dalla controparte cinese. Gli acquisti agricoli per “miliardi di dollari” sono rimasti privi di dettagli. Sul commercio, Trump ha dichiarato in conferenza stampa di non aver nemmeno discusso i dazi con Xi, mentre i rispettivi ministeri delle Finanze stavano ancora discutendo i contorni di un “consiglio commerciale” e di un “consiglio degli investimenti” non meglio definiti. Sulla questione dell’Iran e dello stretto di Hormuz, Washington ha ottenuto un comunicato cinese che auspica la riapertura delle vie d’acqua “sulla base di un cessate il fuoco”, formula che nella pratica equivale a condizionare qualsiasi impegno cinese alla fine delle operazioni militari americane, senza alcun impegno a fare pressione su Teheran né a ridurre gli acquisti di petrolio iraniano. Il simbolico ha pesato molto di più del sostanziale, e la spiegazione di questo squilibrio sta nel fatto che il simbolico era, in questo vertice, l’obiettivo principale.
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La cornice che Xi ha presentato per il futuro rapporto bilaterale si chiama “stabilità strategica costruttiva”. Il nome è deliberatamente positivo rispetto al lessico degli ultimi anni, e segna una rottura dichiarata con la formula della “grande competizione tra potenze” che aveva dominato il periodo Biden. L’elemento chiave è l’asimmetria insita nella formula stessa: è Pechino che disegna il quadro, è Pechino che definisce cosa significa “entro limiti accettabili”, ed è Pechino che potrà invocare la violazione dell’impianto ogni volta che Washington compirà un’azione che ritiene provocatoria, incluse le vendite di armi a Taiwan. Queste formule funzionano come sabbie mobili geopolitiche: una volta che ci si entra, ogni tentativo di uscire accelera la discesa. Obama aveva rifiutato di avallare il “nuovo modello di relazioni tra grandi potenze” proposto da Xi nel 2013, riconoscendone la natura di cappio. Trump ha lasciato Pechino senza chiarire se l’avallo fosse avvenuto o meno: il comunicato cinese afferma che ha accettato; quello americano non ne fa menzione.
La fotografia del Tempio del Cielo è il fotogramma in cui due traiettorie divergenti si toccano sul piano del visibile: quella americana in fase di rientro, quella cinese in fase di espansione. La convenienza di entrambe le parti a rappresentare la parità non cambia la direzione di fondo. L’obiettivo cinese non è il semplice recupero dell’influenza economica e tecnologica: è la rivendicazione dei confini storici più estesi, quelli che comprendono Tibet, Manciuria, Mongolia, Hong Kong, Taiwan e il Mar cinese meridionale. La strategia per arrivarci è quella di gestire il declino americano in modo che sia graduale e il meno dirompente possibile per gli equilibri globali, ma abbastanza accelerato da arrivare al punto di inversione nel tempo utile. Come ha sintetizzato Evan Medeiros, già consigliere per l’Asia al Consiglio per la sicurezza nazionale sotto Obama: “La Cina spera di gestire quello che vede come il graduale declino americano, cercando di accelerarlo ma rendendolo il meno dirompente possibile”. Una strategia simile richiede pazienza strutturale, quella che i sistemi democratici a ciclo elettorale breve hanno difficoltà a sostenere nel tempo.
Il declino americano che questo schema presuppone ha una dimensione concreta e misurabile. Il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei capi di stato maggiore congiunti, ha descritto i risultati dell’Operazione Epic Fury in termini trionfali: i sistemi hanno risposto alle attese. La questione che quei risultati lasciano aperta riguarda la quantità rimasta in magazzino dopo averli impiegati su questa scala. Il Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington documenta che le scorte di munizioni di precisione a lungo raggio sono state significativamente ridotte dalla campagna in Iran, che i tempi di ricostituzione industriale si misurano in anni, e che l’arretrato nelle forniture militari a Taiwan già approvate dal Congresso ammonta a decine di miliardi di dollari. Nel frattempo, la base industriale della difesa cinese opera con efficacia da assetto di guerra.
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Il problema delle scorte consumate in Iran è la fotografia di un momento; la traiettoria strutturale del confronto militare è più lunga e più difficile da ignorare. Secondo le valutazioni comparate disponibili, nel 1996 gli Stati Uniti godevano di un vantaggio netto in quasi ogni dominio operativo rilevante per uno scenario nel Pacifico; nel 2017 quel vantaggio si era ridotto a tre aree su dieci, con parità approssimativa in cinque e svantaggio conclamato nelle operazioni navali nelle acque costiere cinesi. La marina cinese ha superato quella americana per numero di unità da combattimento intorno al 2014. Il principale gruppo cantieristico statale cinese ha prodotto nel 2024, secondo stime aperte disponibili, più tonnellaggio commerciale di quanto l’intera industria navale americana abbia costruito dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi: un dato che non si recupera con gli stanziamenti del prossimo bilancio della difesa. La valutazione più diretta sull’equilibrio reale viene da chi conosce il sistema dall’interno. Il tenente generale Stephen Sklenka, vice comandante del Corpo dei marines, ha dichiarato pubblicamente che definire la Cina un avversario quasi alla pari è sbagliato: i due paesi si fronteggiano ormai da pari su quasi ogni piano che conti. Dennis Culver, trent’anni di analisi sulla Cina alla Cia, ha fornito la sintesi più precisa: è difficile indicare un’area, a eccezione dei sottomarini e della guerra sottomarina, in cui gli Stati Uniti abbiano ancora un vantaggio netto. Va detto che le purghe nell’alto comando cinese, con oltre cento generali rimossi dal 2022, e l’assenza di esperienza operativa reale da quasi cinquant’anni, introducono un’incognita sulla coesione dell’esercito cinese in un conflitto effettivo. Nessuna di queste cautele rovescia però la direzione del quadro complessivo: un esercito che supera il proprio avversario nella produzione industriale, nella sorveglianza satellitare e nei missili a medio raggio, e che opera nel proprio teatro geografico con un vantaggio posizionale strutturale, pone agli Stati Uniti una sfida di natura diversa rispetto a qualsiasi avversario fronteggiato dalla fine della Guerra fredda.
L’altro piano su cui si misura questa direzione di marcia è geografico. Nel corso del 2025 e dei primi mesi del 2026, l’Amministrazione Trump ha elaborato una dottrina implicita leggibile nelle azioni più che nelle dichiarazioni: la ridefinizione del perimetro strategico americano intorno all’emisfero occidentale. Trump descrive l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas nel gennaio 2026 come “un successo incontestato” e la guerra in Iran come “uno stallo insoddisfacente”: due giudizi che indicano dove l’amministrazione ritiene di avere leva reale e dove no. Lo stesso schema si ripete su Cuba, dove l’amministrazione ha intensificato la pressione con voli di ricognizione, una visita del direttore della Cia John Ratcliffe all’Avana e l’ipotesi di un atto di accusa federale contro Raúl Castro sul modello del precedente venezuelano. Una potenza con ambizioni egemoniche globali gestisce simultaneamente il Pacifico, il medio oriente e l’Europa; una potenza che ridefinisce il proprio perimetro difendibile concentra l’attenzione sul continente americano.
Su Taiwan, il vertice ha prodotto l’esito più significativo proprio perché si è configurato come assenza di risposta. Xi ha avvertito Trump che gestire male la questione dell’isola potrebbe portare le due potenze a “scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, mettendo l’intera relazione in una situazione estremamente pericolosa”. Trump non ha risposto. La Casa Bianca ha omesso il passaggio dal proprio comunicato; la Cina lo ha messo in testa al suo. Sull’aereo di ritorno da Pechino, Trump ha descritto il pacchetto di forniture militari a Taiwan da 14 miliardi di dollari come “un ottimo chip negoziale”, ha dichiarato di non voler fare una guerra “a 9.500 miglia di distanza” e ha lasciato senza risposta la domanda diretta di Xi sulla disponibilità americana a difendere l’isola. Ronald Reagan, nel 1982, aveva formalmente garantito a Taiwan che nessun presidente americano avrebbe mai consultato Pechino sulla natura o sull’entità delle forniture militari. Trump ha liquidato quella garanzia: “Questo era il 1982”.
Il politologo di Harvard Graham Allison ha chiamato “trappola di Tucidide” la tendenza al conflitto quando una potenza emergente sfida una dominante. Xi ha evocato il concetto nel corso del vertice, non come minaccia ma come rischio condiviso da scongiurare. L’invocazione serve a uno scopo preciso: se i due leader si accordano esplicitamente per evitare la trappola, Pechino può continuare la propria ascesa senza che Washington abbia uno schema narrativo legittimo per opporsi a singole mosse che, prese isolatamente, rientrano nella cornice della “competizione entro limiti accettabili”. Il problema è che la trappola non si evita nominandola, ma solo quando la potenza emergente rinuncia alla sfida o quando la dominante cede abbastanza spazio da renderla non necessaria. Xi ha già detto, in contesti diversi, che la riunificazione di Taiwan è parte irrinunciabile della rinascita nazionale, il che esclude la prima possibilità. Quanto alla seconda, i segnali che Trump ha inviato da Pechino non lasciano spazio all’ottimismo.
La Cina ha ottenuto da questo vertice la parità di rango, l’apertura di una trattativa sulle armi a Taiwan e un’architettura relazionale costruita intorno alle proprie categorie. Gli Stati Uniti hanno ottenuto promesse commerciali non confermate, una convergenza verbale sull’Iran priva di impegni operativi e un’immagine presidenziale che la stampa americana ha letto come “deferenza” e quella cinese come “sottomissione elegante”. Due paesi con baricentri che si muovono in direzioni opposte non si incontrano come pari stabili: si incrociano in un punto del tempo. In quel punto, la domanda rilevante non è se il conflitto sia inevitabile, ma quanta credibilità deterrente rimane a chi è ancora, per ora, nella posizione che ha occupato per ottant’anni. Le scorte di munizioni, i tempi di ricostituzione industriale e l’arretrato sulle forniture a Taiwan offrono già una risposta parziale, e non è rassicurante.