Dove vanno i fondi europei destinati a Budapest e a Varsavia?
La Polonia sul veto segue l’Ungheria, ma rischia molto di più, per la famiglia Orbán invece la questione è un affare di famiglia, follow the money

Il veto posto da Ungheria e Polonia al bilancio 2021-2027 e al Recovery fund ha due pesi e due significati diversi per le due nazioni. A Varsavia la decisione presa in opposizione al meccanismo di condizionalità dello stato di diritto non è stata approvata da tutta la maggioranza. Anche il ministro dell’Economia, Jaroslaw Gowin, che si è messo a fare i conti, ha spiegato in un’intervista che il veto per la Polonia non è conveniente. Sono il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, e il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro, autore di tutte le riforme che rischierebbero di bloccare i soldi europei, i più convinti che in questa battaglia sia necessario seguire il primo ministro ungherese Viktor Orbán e rinunciare agli oltre ventisette miliardi di euro che il Recovery fund garantirebbe a Varsavia in sei anni.
E’ vero che il PiS in questi anni ha usato i soldi dell’Ue nelle zone in cui il suo bacino elettorale è più fedele, e ha preso la decisione grave di non destinarli invece alle città che avevano dichiarato di essere a favore dei diritti Lgbt, ma l’uso che è stato fatto dei soldi europei, complici anche i governi dell’opposizione, ha aiutato la nazione a diventare sempre più moderna e competitiva. La Polonia, e soprattutto il PiS, non può fare a meno dei soldi europei: l’economia del paese ne risentirebbe e il partito perderebbe molti voti. In Ungheria la situazione è molto diversa, e la questione dei fondi europei e del veto non è nazionale, è personale. Sono anni che i giornalisti di direkt36, un sito di inchiesta in inglese e ungherese, investigano su dove finiscono i soldi dell’Ue in Ungheria. La risposta di direkt36 è: alla famiglia Orbán. Scrive il giornalista investigativo Szabolcs Panyi che spesso non si pensa che collegare i fondi europei allo stato di diritto non sia tanto una minaccia alla nazione quando agli Orbán: premier, fratello, padre, genero e anche ai compagni di scuole. Appunto, è personale. Gyozo Orbán, padre del premier, ha guadagnato decine di milioni di euro attraverso progetti di lavori pubblici finanziati dai fondi dell’Ue. Nel 2018, la sua società mineraria ha registrato un profitto del 41,3 per cento, riferiscono i giornalisti, le cui inchieste sono poi state confermate da alcune indagini europee. Molti di questi progetti erano straordinariamente costosi e l’Ue è intervenuta. Il fratello del primo ministro, Gyozo anche lui, ha ricevuto negli anni per la sua azienda che si occupa di tecnologia, la Gamma Analcont Kft., diversi sussidi provenienti dal bilancio Ue: chi stabilisce dove vanno le sovvenzioni è l’ufficio del primo ministro. Gli affari del genero István sono oggetto di indagine da parte delle autorità europee: anche lui avrebbe vinto diversi appalti per ricevere i fondi. L’Olaf, l’ufficio europeo per la lotta antifrode ha cercato di fornire prove su come veniva utilizzato il denaro di Bruxelles in Ungheria, ma poi la polizia di Budapest ha deciso di chiudere il caso. Due inchieste del New York Times dello scorso anno avevano anche dimostrato come molti dei soldi provenienti dai fondi destinati all’agricoltura fossero stati assegnati ad aziende vicine a Fidesz, come il caso di Meszáros e Sándor Csányi che nel 2018 hanno ricevuto 28 milioni di euro di sussidi su un totale di 1,8 miliardi di euro di quelli che l’Ungheria riceve ogni anno. Un’altra inchiesta aveva dimostrato come molti dei soldi destinati alla sanità fossero finiti nella costruzione di stadi, una passione fortissima del premier.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)




