populismo indiano

L'Inarrestabile Modi

Carlo Buldrini

La cattiva gestione della pandemia e i dati pessimi dell’economia non hanno ridimensionato il leader indiano. Per i suoi cittadini è l’uomo forte che sa osare quando gli altri indietreggiano

Pandemia ed economia stanno mettendo in ginocchio l’India di Narendra Modi. Malgrado un lockdown duro e prolungato, la pandemia dilaga ormai in tutto il paese. Le persone contagiate sono più di 5 milioni. Solo gli Stati Uniti, con 6,9 milioni, registrano un numero di casi maggiore. Ma l’India, con i contagi giornalieri che superano ormai le centomila unità, fra poche settimane potrebbe essere il primo paese al mondo per numero di persone colpite dal coronavirus. Sul versante economico, la situazione è altrettanto grave. I dati forniti dal governo indiano, relativi al primo trimestre (aprile-giugno) dell’anno finanziario 2020-2021, hanno mostrato un crollo del prodotto interno lordo del 23,9 per cento. E’ il dato peggiore di sempre. Nessuna delle principali economie del mondo ha registrato, nello stesso periodo, una frenata così brusca. Va poi tenuto presente che, nel calcolo del pil indiano, viene preso in considerazione solo il settore “formale” dell’economia, con l’aggiunta del settore agricolo che fa parte invece della cosiddetta economia “informale”. Se si considera l’intera economia informale dell’India, che occupa il 90 per cento della forza lavoro e produce il 40 per cento della ricchezza del paese, molti economisti indiani ritengono che il crollo complessivo del pil nel periodo preso in esame sia stato del 32-40 per cento. E la colpa non è solo del Covid-19. La crisi dell’economia indiana inizia infatti molto prima della pandemia. Nell’ultimo trimestre dell’anno finanziario 2019-2020 il pil dell’India era cresciuto di un misero 3,1 per cento, a riprova della scarsa efficacia delle riforme economiche messe in atto dal governo Modi.

 

Quando, nel 2014, Narendra Modi assunse la carica di primo ministro dell’India, furono in molti a festeggiare. Modi era stato, per tre mandati consecutivi, il capo del governo (chief minister) del Gujarat, lo stato indiano con il più alto tasso di sviluppo industriale. In tanti pensarono che Modi fosse l’uomo giusto per far ripartire l’economia del paese e per creare un numero sufficiente di nuovi posti di lavoro per quei 12 milioni di giovani che, ogni anno in India, si affacciano per la prima volta sul mercato del lavoro. Le aspettative sono state tradite. Le due grandi riforme economiche effettuate dal governo Modi nel 2016 si sono dimostrate fallimentari. La prima riforma ha introdotto in tutto il paese una “tassa sui beni e sui servizi”. Questa tassa voleva razionalizzare e unificare le tante tasse che, soprattutto a livello dei singoli stati, gravavano sui consumatori provocando inefficienze e aumento dei prezzi. Il risultato è stato lo strangolamento finanziario dei vari stati dell’Unione sui cui bilanci gravano anche le spese sanitarie, particolarmente elevate in questo periodo di pandemia. La tassa ha colpito soprattutto le piccole e medie imprese. Ha esentato al contrario ampi settori della grande industria in cambio di consenso e di finanziamenti elettorali in favore del Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito di Narendra Modi. Ancora più disastrosi sono stati i risultati ottenuti dalla seconda riforma economica di Modi conosciuta come “demonetizzazione”. L’8 novembre 2016, il governo ha comunicato che, dopo sole quattro ore dall’annuncio, venivano ritirate dalla circolazione tutte le banconote da 500 e 1.000 rupie, l’86 per cento del valore della cartamoneta presente in India. L’idea di Modi era quella di far emergere in questo modo il denaro nero, di togliere dalla circolazione le banconote false e di colpire il terrorismo che, con tali banconote, si finanzia. Le cose non sono andate così. Il 99 per cento delle banconote è stato regolarmente convertito in banca in nuovo contante a riprova che la ricchezza illegale in India è immediatamente trasformata in lingotti d’oro, proprietà immobiliari o conti esteri in valuta straniera. A subire il duro colpo della demonetizzazione sono stati invece i milioni di lavoratori del settore informale pagati giornalmente in contanti. Per molti di loro, la demonetizzazione di Modi ha significato la perdita del lavoro e la fame.

(foto Ap)

Con le stesse sole quattro ore di preavviso, Narendra Modi, il 24 marzo di quest’anno, alle 8 di sera, ha imposto il lockdown totale in tutto il paese a causa della pandemia. Ancora una volta, è stato il lavoro “informale” a essere il più colpito. La tragedia dei lavoratori migranti che, per evitare la fame, hanno abbandonato le città, camminando spesso per centinaia di chilometri per far ritorno nei villaggi di origine, è stata raccontata dai media di tutto il mondo. Quando annunciò il lockdown, Narendra Modi paragonò la sua battaglia contro il coronavirus alla guerra tra i Kaurava e i Pandava raccontata nel Mahabharata, una delle due grandi epiche indiane. Così come il Mahabharata si conclude con la sanguinosa battaglia di Kurukshetra durata 18 giorni, Modi disse che, “con i 21 giorni del lockdown il coronavirus sarebbe stato sconfitto”. Da quel 24 marzo 2020, invece, il lockdown in India è stato prolungato altre due volte fino ad arrivare al 17 maggio. Sono seguite poi quattro fasi di parziali aperture (unlock). Solo il 7 settembre, dopo 169 giorni di chiusura, la metropolitana di Delhi a ripreso a funzionare e questo solo in fasce orarie e percorsi ridotti. Prima di salire a bordo, ai passeggeri viene controllata la temperatura, tutti devono indossare la mascherina e rispettare il distanziamento sociale. Con un lockdown così prolungato e una riapertura a singhiozzo, la crisi economica del paese è stata inevitabile. La pandemia ha colpito tutti, ricchi e poveri, ma non è stata, come molti pensano, una livellatrice sociale. La perdita dei posti di lavoro tra gli “intoccabili” (dalit) è stata tre volte superiore a quella degli appartenenti alle caste alte della società hindu. Scrive Ashwini Deshpande, professoressa di economia all’Ashoka University di Sonepat: “Quasi tutti coloro che vivevano di lavori precari, pagati con salari giornalieri, sono precipitati adesso nell’estrema povertà”. Un’indagine condotta da IndiaSpend.com su 100.000 famiglie in 11 stati diversi dell’India, ha mostrato come, durante il lockdown, molte famiglie di intoccabili, tribali e musulmani sono state costrette a richiedere prestiti in denaro, spesso rivolgendosi a usurai. E il National Crime Records Bureau ha registrato un forte aumento dei suicidi tra chi, in India, è pagato a giornata (daily wagers).

 

Con il crollo dei consumi e degli investimenti privati, e con le esportazioni diminuite di oltre il 25 per cento, l’unico modo per l’India di risollevarsi dalla crisi è quello di fare ricorso a un forte intervento diretto del governo centrale. Nel 2005, quasi dieci anni prima dell’inizio dell’“èra Modi”, un governo retto dal partito del Congresso e con Manmohan Singh come suo primo ministro, aveva messo a punto un importante provvedimento per contrastare la povertà della popolazione rurale dell’India. Si trattava del National Rural Employment Guarantee Act (Nrega). Questa misura garantiva almeno cento giorni all’anno di salario minimo a un componente di ogni famiglia rurale indiana, disposto a lavorare per la realizzazione di opere pubbliche (costruzione di strade, canali, vasche per la raccolta dell’acqua, pozzi). Una misura di contenimento della povertà nelle campagne che sarebbe stata preziosa oggi, in questa fase di grave crisi economica. Il governo Modi, invece, sta tagliando tutti i fondi al Nrega e questo perché si tratta di un provvedimento introdotto dal partito del Congresso. Quest’ultimo partito – che fu già di Nehru e di sua figlia Indira – prova con fatica a uscire dalla paralisi che, ormai da anni, lo ha fatto scivolare lentamente ai margini della scena politica indiana. Il 10 settembre di quest’anno, il partito del Congresso ha lanciato una campagna online contro il governo Modi accusandolo di aver distrutto l’economia con la relativa perdita di milioni di posti di lavoro. L’hashtag di questa campagna è #SpeakUpForJobs. Il primo tweet è stato di Rahul Gandhi che ha scritto: “Le politiche del governo Modi hanno causato la perdita di milioni di posti di lavoro e un crollo storico del pil. I giovani non hanno più un futuro. Facciamo in modo che il governo senta la loro voce”. Gli ha fatto eco la sorella Priyanka che ha twittato: “I posti di lavoro sono sotto attacco a causa dell’aumento delle privatizzazioni e del taglio degli investimenti pubblici”. Ma, ancora una volta, l’iniziativa del partito del Congresso è stata accolta dall’indifferenza generale. Il partito non riesce a scrollarsi di dosso la “Famiglia” – la famiglia Nehru-Gandhi – che lo guida ormai da cinque generazioni: da Motilal a Jawaharlal Nehru, da Indira Gandhi a Rajiv e Sonia, fino ad arrivare a Rahul e Priyanka. Nelle elezioni del 2014, con i soli 44 seggi vinti (su 543), il partito del Congresso toccò il suo minimo storico. Sonia Gandhi si dimise dalla carica di presidente e il Congress Working Committee, l’organo esecutivo del partito, elesse – unopposed - suo figlio Rahul. Nuova cocente sconfitta nelle elezioni del 2019 con soli 52 seggi vinti. Questa volta è stato Rahul Gandhi a dimettersi e il Congress Working Committee ha chiesto a Sonia di assumere la carica di presidente ad interim del partito. Una farsa.

 

La debolezza del maggior partito di opposizione fa sì che Narendra Modi possa dormire sonni tranquilli. Mentre l’India che si appresta a diventare il primo partito al mondo per numero di contagi da coronavirus e con 200 milioni di indiani che rischiano di precipitare nella povertà assoluta, l’indice di gradimento nei confronti di Narendra Modi continua a salire. La rivista India Today lo stima oggi al 78 per cento, il più alto degli ultimi cinque anni. Nell’agenda politica di Modi non c’è molto spazio per la crisi economica, la pandemia e le tensioni di confine con la Cina. La sola vera priorità di Modi è la trasformazione dell’India in un’Hindu Rashtra, una nazione hindu. Il suo secondo mandato l’ha visto concentrato quasi esclusivamente su questo obiettivo. Prima c’è stato il golpe costituzionale con cui il governo Modi ha tolto l’autonomia al Jammu e Kashmir, il solo stato indiano a maggioranza musulmana. Poi è stata approvata la legge sulla cittadinanza che ha declassato i musulmani a cittadini di seconda categoria nel loro stesso paese. Infine, Narendra Modi ha posato ad Ayodhya la prima pietra per la costruzione del Ram Mandir, il grande tempio in onore del dio Rama che sorgerà sulle macerie della Babri Masjd, la moschea rasa al suolo il 6 dicembre 1992 da migliaia di fanatici hindu. In occasione della posa della prima pietra (bhoomi pujan) ad Ayodhya, Modi ha detto: “Il Ram Mandir diventerà il simbolo moderno delle nostre tradizioni. Sarà la testimonianza della nostra devozione e del nostro sentimento nazionale. Questo tempio simboleggerà la forza della volontà collettiva di milioni di persone e ispirerà le future generazioni”. L’Hindu Rashtra si sta dunque materializzando a tappe forzate. Chi vi si oppone finisce in carcere con l’accusa di cospirazione e di sedizione. La marcia di Modi appare inarrestabile. Milioni di persone lo acclamano in ogni angolo del paese. Per loro, Modi è l’uomo forte che sa osare quando gli altri indietreggiano. E’ il leader saggio, coraggioso, risoluto, paterno, che non sbaglia mai. Quando le cose non funzionano, è sempre colpa degli altri: della burocrazia, dei governi dei vari stati, della gente che non segue le sue indicazioni. Cresce così, ogni giorno che passa, il mito di Modi e del suo nazionalismo. Lo storico indiano Ramachandra Guha ha pubblicato sul Telegraph di Calcutta un articolo dal titolo Uncanny Parallels, inquietanti analogie. Nell’articolo traccia un parallelo tra l’Italia di Mussolini degli anni ’20 del secolo scorso e l’India di Narendra Modi del 2020, e ricorda come furono gli intellettuali e i militanti del partito fascista a creare in Italia il mito dell’“uomo della provvidenza”. Guha paragona il grido “Du-ce! Du-ce! Du-ce!” della folla che assisteva ai comizi di Mussolini, al grido “Mo-di! Mo-di! Mo-di!” con cui la gente in India acclama oggi Narendra Modi. Scrive Ramachandra Guha: “Benito Mussolini e i suoi fascisti pensavano che avrebbero governato l’Italia per sempre. Narendra Modi e il Bjp la pensano nello stesso modo. Queste fantasie di dominio eterno non si materializzeranno, ma finché l’attuale regime rimarrà al potere, continuerà a far pagare un prezzo altissimo in termini umani, politici, sociali e morali”. Riuscirà l’India a sopravvivere a dieci anni di populismo di Narendra Modi?

Di più su questi argomenti: