Il golpe in Mali preoccupa la Francia

Mauro Zanon

L'arresto e le dimissioni forzate del presidente Keita. Una volta citato come modello democratico nella regione, oggi il paese è uno dei più poveri del mondo, martoriato dai jihadisti e dalla corruzione

Parigi. Il golpe attualmente in corso in Mali, con le dimissioni forzate del presidente Ibrahim Boubacar Keita a seguito del suo arresto e di quello del suo primo ministro Boubou Cissé da parte di un gruppo di militari, preoccupa molto la comunità internazionale e in particolare la Francia di Emmanuel Macron, che ieri sera, quando sono arrivate le prime notizie, è stato il primo capo di stato europeo a reagire con fermezza, condannando il “tentativo di ammutinamento” e chiamando i leader dei paesi vicini (il nigeriano Mahamadu Issufu, l’ivoriano Alassane Ouattara e il senegalese Macky Sall) per discutere della crisi.

  

L’inquilino dell’Eliseo ha manifestato “il suo pieno sostegno agli sforzi di mediazione dell’Ecowas (la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) e ha assicurato di seguire “da vicino la situazione”. Anche il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha esternato la sua inquietudine per il putsch militare in Mali, sottolineando che “la Francia riafferma con forza il suo attaccamento alla sovranità e alla democrazia maliane”.

   

Una volta citato come modello democratico nella regione, dal colpo di stato del 2012 che ha rovesciato l'ex presidente Amadou Touré il Mali è passato da una crisi all'altra. I fattori alla base di quel golpe, in parte conseguenza della Primavera araba, mettono in evidenza la posizione di collegamento che ha il Mali con il nord Africa con il resto del continente. Il paese, ex colonia francese, indipendente dal 1960, oggi è uno dei paesi più poveri del mondo, incastonato nel Sahel, la striscia di territorio africano dove i jihadisti dello Stato islamico, ma anche fazioni della vecchia guardia di al Qaida, hanno ritrovato negli ultimi due anni e mezzo la forza che non hanno più in Siria e in Iraq. La violenza si è propagata dalle zone controllate dagli estremisti islamici, soprattutto nel nord del Mali, anche nei paesi vicini: Burkina Faso e Niger.

   

Con il 78 per cento delle preferenze, Keita aveva vinto a mani basse le elezioni del 2013 ma ha visto in breve svanire la sua popolarità. Nel 2018, quando si è candidato per un secondo mandato, è stato costretto al ballottaggio. Da mesi c'erano proteste contro di lui, accusato di brogli elettorali, di corruzione e inefficacia nel gestire la guerra ai ribelli islamisti e l'economia nazionale. Quando a metà luglio le forze di sicurezza avevano ucciso 11 manifestanti, invece di essere intimidita dalla violenta repressione, la protesta era diventata più determinata nella richiesta di riforme. 

  

Dal 2014, la Francia è presente nel nord-est del Mali con l’operazione antiterrorismo Barkhane, voluta dall’ex presidente Hollande e rafforzata da Macron che a febbraio ha mandato seicento soldati in più (da 4.500 a 5.100) per lottare più efficacemente contro i gruppi jihadisti. Il Mali è un lembo di territorio troppo importante per la Francia dal punto di vista geopolitico. Una situazione ancora più instabile a livello politico e securitario è proprio ciò che Parigi non vuole.

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