Lettera da Minneapolis

Vincenzo De Bellis

Com’è possibile avere primati in termini di integrazione e di segregazione allo stesso tempo? Le contraddizioni della città in cui è stato ucciso George Floyd

Paura e delirio a Minneapolis. Non sapevo come iniziare, e di certo queste parole descrivono molto bene quello che abbiamo provato e (in parte) ancora proviamo in questi giorni, anche se in realtà, sono una citazione a metà di un film (Paura e Delirio a Las Vegas) non particolarmente riuscito e comunque surreale e comico. Qui invece si tratta di qualcosa di reale, troppo reale, e di decisamente tragico.

  

A seguito dell’omicidio di un uomo afroamericano di 46 anni George Floyd da parte di un poliziotto (o quattro?), si sono scatenate proteste con devastazioni, incendi e saccheggi. Vivo ormai da quattro anni con la mia famiglia, mia moglie Bruna e nostro figlio Corrado di quasi otto anni, a Minneapolis, la città di Prince, dove tutto questo è successo. Molti mi hanno chiamato dall’Italia per chiedere come stiamo, e tutti, ma proprio tutti mi hanno detto la solita frase su quanto l’America sia razzista. E certo che è vero, ma sono anche certo che nessuna delle persone che ha chiamato sappia davvero cosa questo voglia dire qui e di quanto sia un problema di proporzioni enormi, molto ma molto di più di quanto si pensi in Italia.

  


Foto Ap


 

Avevo già vissuto in America tra il 2006 e il 2008 ma ero a New York, che pur essendo in questa nazione e pur essendone il centro di gravità permanente, non rispecchia per nulla il resto dell’America, piena com’è di gente da tutto il mondo, sia nella sua popolazione sia nei suoi innumerevoli turisti. In quattro anni a Minneapolis – la città metropolitana più a nord degli Stati Uniti prima di passare in Canada – ho capito che anche io, italiano del sud, democratico, liberal, con un alto grado di istruzione (una laurea e due master), di professione curatore d’Arte Contemporanea, quindi assimilabile immediatamente all’“intelligentia di sinistra” e perciò inclusivo, assolutamente non razzista, aperto al nuovo e all’altro – be’ nemmeno io mi sono fatto troppe domande sulla città, e senza indugio ho preso casa nel quartiere borghese, dove mi sono circondato di amici borghesi che pensano tutti di essere liberal e democratici come me, e con tutti loro tutti facciamo a gara a mettere fuori da casa nostra i manifesti: Black Lives Matter o All are welcome here. E se qualcuno ci chiede cosa pensiamo della diversità di razza, genere e inclinazioni sessuali, rispondiamo con frasi del tipo: per me bianco, nero, giallo, rosso, uomo, donna, gay, lesbo, transgender, non fa differenza alcuna!

  

Purtroppo però la realtà ti sbatte in faccia il fatto che credere di non essere razzisti non vuol dire non esserlo e non vedere le differenze non vuol dire agire nel giusto. Anzi. Non vedere significa ignorare e essere complici. Fermiamoci un attimo alla diversità di razza: la realtà è che noi non abbiamo mai dovuto affrontare davvero la questione. Vi prego voi meridionali (come me) non pensiate che stia dimenticando come tanti di noi abbiano subito in prima persona, o nelle nostre famiglie , quella odiosa sensazione di non sentirsi accettato quando si è immigrati in città del nord d’Italia o in Germania o negli stessi Stati Uniti. Né mi sto dimenticando delle questioni dell’immigrazione in Italia e in Europa. Ma quella di cui parliamo oggi è una questione più profonda e complessa che ha a che fare con una nazione “inventata” e costruita attraverso una colonizzazione di una violenza inaudita, che ha portato allo sterminio quasi totale delle popolazioni indigene (di cui troppo poco si parla) e che si è poi riempita di forza lavoro attraverso la deportazione di milioni di uomini e donne dall’Africa, portati qui per essere schiavizzati in una terra non loro.

  

Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse: nel 1786, George Washington, sì lui, il primo presidente degli Stati Uniti ne aveva al suo servizio ben 216. Sì, duecentosedici. In un paese con questo passato, non riconoscere, credendo di agire in modo Non Razzista, la complessità della faccenda significa continuare a perpetrare la subordinazione sociale, economica, se non la stessa mancanza di libertà di queste persone. Per questo non basta dire di non essere razzisti. Citando la grande attivista afroamericana Angela Davis: in una società razzista, non è abbastanza essere non-razzista, bisogna essere anti razzisti.

  

In quattro anni ho imparato, e l’ho dovuto imparare anche grazie a dei corsi di DEI (Diversity, Equity and Inclusion) che in realtà le differenze non solo ci sono ma vanno sottolineate e affrontate. E le differenze non sono solo tra il colore della pelle ma sono anche culturali, religiose, politiche ecc. Non voglio e non posso, perché non ne ho le capacità e le competenze, raccontarvi cose che non conosco ma posso raccontarvi la mia esperienza qui, di come sono finito qui e di quello che ho visto e vissuto in quattro anni e, in particolare, negli ultimi giorni. Perché forse può aiutare a conoscere questo contesto.

  


Foto Ap


 

Sono finito qui, come tanti italiani che sono in giro per il mondo, per lavoro. Uno di quelli che piace tanto chiamare cervelli in fuga. Perché Minneapolis? Come dicevo prima il mio lavoro, è curatore d’arte contemporanea: a Minneapolis c’è il Walker Art Center che è uno dei musei d’arte contemporenea più importanti d’America e del mondo. Fondato nel 1940 ha una collezione permanente di 13 mila opere di altissimo livello, ed è visitato da circa 700 mila persone ogni anno. Per fare un confronto: la Galleria nazionale d’Arte moderna di Roma, una città con 4 volte la popolazione di Minneapolis e con un numero di turisti di svariati milioni all’anno, aveva una proiezione di visitatori annuali nel 2019 di 217 mila. Il Walker ha una grande reputazione a livello globale e per un professionista nel mondo dell’arte contemporanea è un enorme onore e una fortuna poter lavorare li.

  

Quindi quattro anni fa, ci siamo trasferiti qui. Grandi aspettative, tante complicazioni di vita, ma enormi speranze. Prima di partire, e prima ancora di accettare l’offerta di lavoro, abbiamo visitato la città e abbiamo imparato che Minneapolis è molto liberale e che ha un sindaco democratico dal 1974 a oggi con la sola eccezione di un brevissimo periodo di un sindaco indipendente. Abbiamo imparato che il Minnesota è noto per il suo attivismo politico e che la media dei votanti nelle elezioni presidenziali è sempre stata altissima (77,8 per cento) contro una media nazionale del 61,7. Che sempre in Minnesota è stato votato un candidato presidenziale democatico sin dal 1976. Che nelle primarie del 2016, prima che ci trasferissimo, Bernie Sanders sconfisse sonoramente la molto più moderata e potente Hillary Clinton. Abbiamo imparato anche che Minneapolis è secondo Forbes, la città più colta d’America, e tra le più green, con un sistema di parchi premiato per anni di fila come il migliore della nazione. Abbiamo provato che il Minnesota è un esempio di welfare con un sistema scolastico pubblico ottimo e con un sistema sanitario d’eccellenza a livello nazionale, guidato dalla Mayo Clinic di Rochester, un ospedale di fama mondiale che ogni anni ospita più di 1,2 milioni di pazienti (dovremmo chiamarli più correttemente clienti) provenienti da tutti gli stati dell’America e da 138 nazioni diverse – tra i suoi pazienti-clienti c’è anche il Dalai Lama. Grazie a questo sistema tanto all’avanguardia, la reazione alla pandemia è stata tempestiva, il rischio di contagio è stato contenuto molto senza dover andare in lockdown totale. Infine abbiamo imparato altre due cose che renderebbero il Minnesota e Minneapolis all’avanguardia nell’integrazione, ovvero la parità di genere in fatto di stipendi: quelli delle donne sono identici a quegli degli uomini e sono decisamente più alti del resto degli States (una media di 800 dollari alla settimana contro i 620 nel resto della nazione) e infine che la città ha un ranking altissimo a livello nazionale come Lgbtq-friendly city.

 

Tutto questo ci ha fatto pensare che fosse un posto meraviglioso, aperto, dove poter lavorare a un altissimo livello professionale e dove poter crescere nostro figlio in un contesto di grande integrazione e progresso sociale. E non posso dire che non sia così, perché questi dati sono tutti veri, e io li posso confermare uno per uno. Fino a qualche giorno fa, tra alti e bassi, io e la mia famiglia qui abbiamo vissuto bene e al sicuro, protetti da quell’ambiente liberal di cui parlavo prima.

  

Solo che c’è anche altro, quando giri per la città e ogni tanto riesci a uscire dal contesto ovattato in cui il museo e i suoi supporter vivono e ti fanno vivere, e ti accorgi di essere in una specie di Truman show, una perfezione solo apparente e un po’ costruita per credere in questa utopia di grande democrazia e progressismo. Ti accorgi che nel circolo di persone che frequenti, ci sono solo due o tre persone di colore, o straniere, ti accorgi che nella classe di tuo figlio su venticinque bambini ce ne sono solo tre provenienti da altri background, e ancora ti accorgi che al controllo passaporti dell’aeroporto gli agenti ironizzano sulla tua provenienza e pensi: se dicono questo a me che sono straniero ma bianco ed europeo, cosa potranno mai dire agli altri? E proprio come succede a Truman nel film, inizi a dubitare che sia tutto reale. Soprattutto perché tutti ti sorridono, anche quando non ce ne sarebbe nessun bisogno. Allora scopri che c’è una cosa chiamata “Minnesota nice”, un comportamento tra il tipico e lo stereotipico delle persone che vivono qui di sorridere sempre, essere cordiali, riservati, e molto modesti. Nella realtà il “Minnesota nice” è composto da diversi comportamenti: quando parli con i minnesotani sembrano interessati al tuo ragionamento ma in realtà lo fanno solo per maniera, e se ti dicono: ci sentiamo presto, vuol dire che non li rivedrai mai più; quando ricevi un invito a un evento (cena, aperitivo, cocktail) c’è un orario d’arrivo (solitamente le 17 per la cena!) e quello di andata via (mai più tardi delle 20), e devi rispettarli al minuto; quando ti avventuri in quella che per noi è una normalissima discussione, ogni tanto più accesa nei toni, ti accorgi che c’è un’avversione al confronto e al conflitto, e che nessuno dice mai in faccia quello che pensa, e anzi preferisce un costante bisbiglio di fondo non appena ti volti. Ma soprattutto il “Minnesota nice” ha due caratteristiche principali: una grande, se non totale, resistenza al cambiamento e quindi la volontà di circondarsi di un circolo molto definito di persone, sempre le stesse e di essere sospettosi del nuovo e infine quello che qui è il vero sentimento predominante, il cosiddetto passive-aggressive: la capacità di avere una aggressività sopita, che non esplode, ma è presente e rende spesso l’atmosfera molto pesante.

  

Così poi scopri altro. Minneapolis ha avuto per anni il più alto numero di foreign fighters dello Stato islamico provenienti dagli Stati Uniti. North Minneapolis è un ghetto afroamericano, come quelli dei film di un tempo (ormai non li fanno vedere più nei film contemporanei), e i nativi americani, i veri “landlord” di questa terra, vivono ai margini, umiliati da anni di annientamento culturale. E poi ti inoltri fuori dalla città, tra il grande fiume, il Mississippi, che nasce in questo pezzo di America anche se nessuno lo ricorda, e tra immense distese di grano, la vera ricchezza di questo luogo in cui si produce tanta farina che arriva anche sulle tavole italiane come farina locale: se ci fai caso, sono tutti bianchi, solo bianchi, hanno tutti la bandiera americana, e i simboli del Partito repubblicano nei loro giardini, indossano le magliette e i cappellini rossi con la scritta “Make America Great Again” e se ti capita di entrare nelle loro case, la tv è sempre sintonizzata su Fox News. La polizia di Minneapolis vive tutta fuori dalla città, nella “Trumpland”, e ha la fama di essere tra le più violente d’America. E così metti insieme i dati: il 90 per cento delle persone fermate ogni anno dalla polizia è di colore; di queste, in un anno solare, nella sola città di Minneapolis, cinque sono state trovate morte dopo essere state prese in custodia dagli agenti.

   

Poi un giorno il 25 maggio 2020 non solo tu, ma tutto il mondo attraverso il telefonino si accorge che esiste questo pezzo di terra nel mid-west americano dove un uomo è stato ucciso da agenti della polizia per un possibile reato da 20 dollari. Già ammanettare qualcuno per una banconota falsa sarebbe incomprensibile, e invece qui non solo gli vengono messe le manette ma poi, sia pur senza nessun tipo di resistenza, per quattro poliziotti la prassi è bloccare con enorme vigore e con i loro corpi un uomo steso supino per terra, e uno di loro addirittura comprime con il suo ginocchio il collo di questo uomo per 8 minuti e 40 secondi senza che né lui né gli altri tre agenti ascoltino le richieste di aiuto dello stesso uomo e quelle degli astanti. E siccome non è il primo ma solo l’ultimo di una infinita serie di episodi simili, inizi a sentire che il giorno dopo migliaia di persone in città gridano: “Being black in America shouldn’t be a death sentence” oppure “When enough is enough?” o ancora “No Justice No Peace”, e “Am I next?” E dopo due giorni a quelle frasi, si aggiungono incendi, devastazioni, e anche se hai una paura fottuta, perché quando guardi i telegiornali e i social media mondiali ti accorgi che la gente non ha la percezione reale delle dimensioni ridotte di Minneapolis e che quindi gli scontri sono arrivati a un isolato dal quel quartiere borghese e perfetto che ti sei scelto, non puoi pensare e neanche chiedere che tutto finisca. Ed è giusto che tu non lo possa nemmeno pensare perché se davvero credi di non essere razzista devi essere anti razzista e allora non puoi che fare la tua parte, fare qualcosa per tenere la luce accesa perché “il razzismo in America è come la polvere nell’aria. Sembra invisibile, anche quando ti fa soffocare, fino a che non arriva il sole. Da quel momento la vedi ovunque. Fino a che facciamo brillare la luce, abbiamo la possibilità di ripulire la polvere ovunque si appoggi. Ma dobbiamo essere vigili, perché è sempre nell’aria” (Kareem Abdul Jabbar, Los Angeles Times, 30 Maggio, 2020).

Vincenzo De Bellis, curatore e direttore associato Arti Visive, Walker Art Center, Minneapolis

Di più su questi argomenti: